Lo specchio e la crepa. Dall’apostolo al profilo: come l’immagine costruisce (e incrina) l’identità. Dott. Maurizio Silvestri.
- Maurizio Silvestri

- 7 apr
- Tempo di lettura: 2 min
Introduzione
C’è un filo sottile che attraversa la storia dell’arte e arriva fino a noi, senza interruzioni.
È il filo dell’immagine.
Non semplicemente l’immagine come rappresentazione, ma l’immagine come luogo in cui il soggetto si costruisce, si riconosce, si perde e, a volte, si ritrova.
Questo percorso prende avvio da una domanda molto semplice e allo stesso tempo radicale:che cosa vediamo quando guardiamo un volto?
Attraverso gli Apostoli di Giulio Cesare Procaccini — esposti a Genova — e il confronto con quelli di Van Dyck, si apre uno spazio di riflessione che va oltre la storia dell’arte. Queste immagini non sono solo testimonianze estetiche o religiose: sono dispositivi psichici. Mettono in scena il rapporto tra il soggetto e la propria immagine.
La lettura dello stadio dello specchio di Jacques Lacan ci offre una chiave decisiva per attraversare questo passaggio. L’identità, infatti, non nasce come qualcosa di dato, ma come qualcosa che si costruisce in un’immagine esterna: un’immagine che unifica, ma che non coincide mai completamente con ciò che siamo.
A partire da qui, il percorso si articola in tre momenti.
Nel primo, vedremo come negli Apostoli di Procaccini l’immagine si raccolga e si densifichi, lasciando emergere una tensione interna: una forma che unisce, ma non pacifica.
Nel secondo, con Van Dyck, assisteremo a un passaggio decisivo: il volto diventa costruzione dell’identità, anticipazione di un Io ideale, immagine già pronta per essere vista e riconosciuta.
Nel terzo, infine, questo movimento arriverà fino a noi: nel mondo dei social, il ritratto si trasforma in profilo, e lo specchio diventa digitale. L’immagine non solo ci riflette, ma ci chiede continuamente di costruirci.
Dagli Apostoli al selfie, dal sacro al sociale, dal volto dipinto al volto condiviso, ciò che resta costante è una tensione.
Quella tra ciò che siamoe ciò che vediamo di noi.
È in questa distanza — sottile ma decisiva — che prende forma il soggetto.
Chiusura
Forse, alla fine, il punto non è liberarsi delle immagini.
Non possiamo.
Viviamo dentro immagini:quelle che ereditiamo,quelle che costruiamo,quelle in cui ci riconosciamo e quelle da cui fuggiamo.
Dagli Apostoli di Procaccini, in cui l’immagine trattiene ancora la fatica di essere sé,ai ritratti di Van Dyck, in cui l’identità si offre come forma compiuta,fino ai profili contemporanei, dove ogni giorno riscriviamo il nostro volto,
il movimento è sempre lo stesso.
Cerchiamo un’immagine che ci tenga insieme.
E tuttavia, qualcosa resta sempre fuori.
Una parte che non si lascia fissare,che non entra completamente nella forma,che non si lascia vedere fino in fondo.
Non è un difetto dell’immagine.
È la sua verità.
Perché è proprio lì, in ciò che sfugge,in ciò che non coincide,in quella piccola crepa che attraversa ogni rappresentazione,
che il soggetto continua a esistere.

Commenti