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Il nuovo specchio. Dal ritratto aristocratico al profilo digitale. Dott. Maurizio Silvestri

Se Van Dyck segna la nascita del ritratto moderno come costruzione dell’identità, oggi possiamo dire che quel dispositivo non è scomparso.Si è moltiplicato.

Non esiste più un solo ritratto.Esiste una continua produzione di immagini di sé.

E il luogo in cui questo avviene è sotto gli occhi di tutti: i social network.


Dal quadro al profilo

Nel ritratto aristocratico, l’immagine era qualcosa di raro, costruito con cura, destinato a durare.Era una forma stabile in cui il soggetto si riconosceva e veniva riconosciuto.

Oggi, invece, l’immagine è mobile, ripetuta, aggiornata continuamente.

Non abbiamo più un ritratto.Abbiamo un profilo.

Ma la funzione è sorprendentemente simile.

Anche il profilo:

  • anticipa uno sguardo

  • costruisce una forma

  • organizza un’identità

È, a tutti gli effetti, uno specchio contemporaneo.


Lacan oggi: lo specchio digitale

Se torniamo allo stadio dello specchio, possiamo fare un passo ulteriore.

Per Lacan, l’immagine speculare offre al soggetto una forma unitaria, ma al prezzo di una alienazione: il soggetto si riconosce in qualcosa che non è mai completamente lui.

Nel mondo contemporaneo, questo meccanismo si intensifica.

Non ci limitiamo più a riconoscerci in un’immagine.La produciamo attivamente.

E ogni scelta è già un atto psichico:

  • cosa mostrare

  • cosa nascondere

  • quale versione di sé rendere visibile

Il profilo diventa così una sorta di Io ideale costruito in tempo reale.


Narcisismo e distanza

Spesso si parla dei social in termini di narcisismo.Ma il punto, forse, è più sottile.

Non si tratta semplicemente di amore per sé stessi.

Si tratta di un rapporto con l’immagine che è, allo stesso tempo:

  • di identificazione

  • e di distanza

Ci riconosciamo nelle nostre immagini,ma sappiamo anche — in modo più o meno consapevole —che non coincidono mai del tutto con ciò che siamo.

E allora accade qualcosa di molto interessante:

l’immagine non serve solo a mostrarsi,ma anche a tenere insieme ciò che dentro è più frammentato.


Da Procaccini ai social: una linea continua

A questo punto possiamo tornare indietro.

Gli Apostoli di Procaccini ci mostravano un’immagine ancora attraversata dalla tensione.Una figura che si raccoglie, ma che non nasconde completamente la fatica di questa raccolta.

Van Dyck, invece, costruiva immagini più stabili, più eleganti, più riuscite: forme in cui il soggetto poteva presentarsi come unità.

Oggi, nel mondo digitale, queste due dimensioni convivono.

Da un lato, produciamo immagini levigate, curate, quasi “van dyckiane”:versioni di noi stessi coerenti, ordinate, presentabili.

Dall’altro, sotto questa superficie, continua a esistere quella tensione che Procaccini rendeva visibile:la difficoltà di coincidere pienamente con la propria immagine.


Una nuova forma di specchio

Possiamo allora dire che il profilo digitale è una nuova forma di specchio.

Ma uno specchio diverso da quello originario.

Non riflette soltanto.Chiede continuamente di essere aggiornato.

Non restituisce una sola immagine.Ne moltiplica infinite.

E soprattutto, non si limita a mostrarci chi siamo.Ci chiede costantemente:

chi vuoi essere visto come?


Chiusura

Forse è qui che il discorso si chiude, tornando al suo punto iniziale.

L’immagine non è mai solo rappresentazione.È sempre costruzione.

Dagli Apostoli di Procaccini,ai ritratti di Van Dyck,fino ai profili contemporanei,

l’essere umano non smette di cercare una forma in cui riconoscersi.

E tuttavia, in ogni epoca, resta qualcosa che sfugge.

Qualcosa che non entra completamente nell’immagine.

Qualcosa che continua a muoversi, a interrogare, a eccedere.

Forse è proprio lì — in questo scarto —che possiamo ancora incontrare il soggetto.

 
 
 

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