Dal volto sacro al volto sociale. Van Dyck e la nascita del ritratto moderno. Dott. Maurizio Silvestri
- Maurizio Silvestri

- 7 apr
- Tempo di lettura: 3 min
Se negli Apostoli di Procaccini abbiamo visto emergere una tensione interna all’immagine — una forma che unifica ma non pacifica — con Van Dyck accade qualcosa di diverso, e in un certo senso decisivo per la storia dell’immagine occidentale.
Con lui, il volto non è più soltanto il luogo di una tensione interiore o di una presenza spirituale. Diventa il luogo di una costruzione: costruzione dell’identità.
Van Dyck è, prima di tutto, il grande pittore del ritratto aristocratico. Le sue figure non sono semplicemente persone: sono già immagini di sé. Non mostrano solo chi sono, ma come vogliono essere viste.
Qui avviene un passaggio fondamentale.
Se l’apostolo, nella tradizione, è una figura che rimanda a un Altro — a Dio, al sacrificio, alla trascendenza — nel ritratto moderno il soggetto comincia a rimandare a sé stesso. O meglio: a una versione ideale di sé.
Questo è il punto in cui la lettura lacaniana diventa particolarmente illuminante.
Nel suo insegnamento, Lacan distingue tra il semplice riconoscimento dell’immagine e ciò che chiama Io ideale: quella forma in cui il soggetto si vede come completo, coerente, riuscito. Non come è, ma come immagina di essere nella sua forma più piena.
Il ritratto, con Van Dyck, diventa esattamente questo dispositivo.
Il soggetto si offre allo sguardo non nella sua frammentazione, ma nella sua composizione.Non nella sua divisione, ma nella sua forma riuscita.
E tuttavia — ed è qui che il discorso si approfondisce — questa forma non è mai neutra.
È sempre una costruzione.
L’eleganza come forma psichica
Nei ritratti di Van Dyck, ciò che colpisce non è solo la somiglianza, ma l’eleganza.La postura rilassata, il gesto controllato, lo sguardo distante ma presente.
Non c’è tensione visibile.Non c’è compressione.Non c’è conflitto esibito.
Ma questo non significa che il conflitto non esista.
Significa che è stato trasformato in stile.
L’eleganza, in questo senso, non è solo un fatto estetico.È una forma psichica.
È il modo in cui il soggetto si organizza per essere visto — e per vedersi — come unità.
Se Procaccini ci mostra un’immagine che trattiene ancora la fatica dell’unificazione, Van Dyck ci mostra un’immagine che ha già superato quella fatica. O meglio: che la nasconde.
Il ritratto come specchio sociale
Qui il dispositivo dello specchio si compie fino in fondo.
Nel ritratto aristocratico, il soggetto non si guarda più soltanto allo specchio fisico.Si guarda nello sguardo dell’Altro sociale.
Il quadro diventa:
ciò che gli altri vedranno
ciò che il soggetto anticipa di sé
ciò che costruisce la sua immagine pubblica
In questo senso, il ritratto è uno specchio potenziato.
Non riflette soltanto.Produce identità.
E questa identità è sempre, inevitabilmente, un po’ più compatta, più coerente, più riuscita della realtà interna del soggetto.
Dalla fede all’immagine di sé
Possiamo allora dire che tra Procaccini e Van Dyck si gioca un passaggio storico e psichico molto profondo.
In Procaccini, l’immagine è ancora attraversata da una tensione interna: il soggetto appare nel momento in cui si raccoglie, ma anche nel momento in cui fatica a coincidere con sé stesso.
In Van Dyck, l’immagine diventa più stabile, più leggibile, più sociale: il soggetto appare come già composto, già riconoscibile, già presentabile.
È il passaggio:
da una immagine che riguarda il rapporto con il sacro
a una immagine che riguarda il rapporto con lo sguardo dell’altro
E quindi, in ultima analisi:
dal problema della fede
al problema dell’identità
Una formula conclusiva
Potremmo dirlo così:
Procaccini mostra il soggetto mentre si forma dentro l’immagine.Van Dyck mostra il soggetto mentre si presenta attraverso l’immagine.
E in questo passaggio nasce qualcosa che ci riguarda ancora oggi.
Perché il ritratto moderno non è scomparso. Si è trasformato.
Ogni volta che scegliamo una fotografia,ogni volta che costruiamo un profilo,ogni volta che decidiamo come apparire…
stiamo, in fondo, facendo la stessa operazione.
Stiamo cercando un’immagine in cui riconoscerci.
E, allo stesso tempo,un’immagine che ci separa da ciò che siamo.

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