L’immagine che unisce e l’immagine che incrina. Dott. Maurizio Silvestri.
- Maurizio Silvestri

- 8 apr
- Tempo di lettura: 3 min
Gli Apostoli tra Procaccini e Van Dyck alla luce dello stadio dello specchio
Quando guardiamo un volto — un volto dipinto, un volto antico, un volto sacro — che cosa stiamo davvero vedendo?
Stiamo vedendo una persona?Un simbolo?Oppure qualcosa che ci riguarda più da vicino?
La mostra sugli Apostoli di Giulio Cesare Procaccini, a Genova, ci mette davanti a qualcosa di molto particolare: non solo immagini religiose, ma figure che sembrano pensare. Non semplicemente santi, non semplicemente ritratti, ma presenze dense, cariche, quasi trattenute.
Il catalogo della mostra utilizza un’espressione molto precisa: parla di una “struttura chiusa”. Le figure di Procaccini non si aprono verso l’esterno, non si espandono nello spazio narrativo tipico del barocco più dinamico. Al contrario, si raccolgono. Si concentrano. Si addensano.
Questo raccolgimento produce un effetto decisivo: l’apostolo non è più solo un personaggio da riconoscere, ma diventa una presenza interna, quasi un luogo psichico.
Se mettiamo queste immagini accanto agli Apostoli di Van Dyck, la differenza diventa immediatamente percepibile. Van Dyck lavora spesso a mezzo busto, isolando il volto, chiarendolo, rendendolo leggibile. L’identità emerge con forza: lo spettatore riconosce immediatamente il santo, la sua funzione, il suo ruolo.
L’immagine, in Van Dyck, sembra dire: “ecco chi sei”.
A questo punto possiamo introdurre una chiave di lettura psicoanalitica. Jacques Lacan, nel suo celebre testo sullo stadio dello specchio, descrive il momento in cui il bambino, guardandosi allo specchio, coglie per la prima volta un’immagine unitaria di sé. Tuttavia, questa immagine è allo stesso tempo una costruzione: una forma esterna che organizza il soggetto, ma che non coincide mai completamente con la sua esperienza interna.
L’identità nasce proprio in questa tensione: tra riconoscimento e alienazione.
Applicando questa prospettiva agli Apostoli, emerge una differenza molto significativa.
In Van Dyck, l’immagine appare più stabile, più unificata, più riconoscibile. Il volto è chiaro, la figura è organizzata, l’identità è offerta allo sguardo. È un’immagine che funziona come uno specchio efficace: restituisce una forma in cui il soggetto può riconoscersi.
In Procaccini, invece, la situazione è diversa. Il corpo è spesso teso, la figura compressa, lo spazio chiuso. Lo sguardo non si offre immediatamente, ma sembra trattenersi, riflettersi su sé stesso. L’immagine non pacifica, ma trattiene una tensione interna.
È come se queste figure dicessero: “questa è la tua forma… ma non coincide del tutto con te”.
Questa differenza diventa ancora più interessante se consideriamo uno dei dipinti più suggestivi della serie: il San Bartolomeo. Il catalogo della mostra suggerisce che in questa figura possa essere presente un autoritratto allo specchio dello stesso Procaccini. Se questa ipotesi è corretta, il quadro assume un valore ancora più radicale.
Il pittore si guarda, si riflette, e si inserisce nella figura dell’apostolo. Ma non lo fa direttamente: lo fa attraverso una trasformazione. Il pennello diventa coltello, il pittore diventa martire. L’identità si costruisce attraverso uno scarto, una sostituzione.
Qui la teoria lacaniana trova una risonanza sorprendente. Non ci vediamo mai direttamente. Ci vediamo sempre attraverso un’immagine che ci rappresenta, ma che allo stesso tempo ci sposta, ci modifica, ci traduce.
Gli Apostoli di Van Dyck sono immagini in cui il soggetto può riconoscersi.Gli Apostoli di Procaccini sono immagini in cui il soggetto si riconosce, ma senza coincidere mai completamente con ciò che vede.
E forse è proprio in questo scarto che si apre una possibilità nuova: quella del soggetto moderno. Non più garantito da un’immagine pienamente stabile, ma attraversato da una distanza interna, da una lieve incrinatura, da una tensione tra ciò che è e ciò che appare.
L’immagine, allora, non è soltanto ciò che ci mostra chi siamo.È anche ciò che ci fa sentire che non coincidiamo mai del tutto con ciò che vediamo.

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