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TEIDE, MITO E PSICOLOGIA: PERCHÉ L’UOMO SPIEGA LA SCIENZA ATTRAVERSO I SIMBOLI del Dott. M. Silvestri


Quando arriviamo davanti a un vulcano come il Teide, oggi lo descriviamo con un linguaggio scientifico:

pressione interna, movimenti del magma, gas, processi geologici.

Ed è tutto esattamente così.


Ma prima della scienza, l’essere umano ha sempre usato i simboli per dare un senso al mondo.

Perché i simboli parlano non solo alla mente, ma anche alla nostra paura, al nostro desiderio, alla parte più antica della psiche.


Platone, nel Fedro, lo dice con una frase semplice e potentissima:


> “Il mito parla all’anima più di quanto non faccia un ragionamento.”




E aveva ragione:

il mito è un modo per pensare attraverso immagini, per rendere visibile ciò che è invisibile.



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Il mito guancio del Teide: una scena universale


Per i Guanci, il Teide non era semplicemente un vulcano.

Era il luogo dove il demone Guayota imprigionava la luce, e dove il dio Achamán combatteva per liberarla.


Un fenomeno naturale – il fuoco, il fumo, la lava – veniva trasformato in una storia comprensibile, in una scena che rappresentava la condizione umana.


È una scena semplice:


una forza oscura che vuole risucchiare la luce,


una forza buona che prova a liberarla.



È lo schema antico del bene contro il male,

ma è anche il modo con cui gli esseri umani domano la paura.


Perché, come dice Freud:


> “L’uomo primordiale spiegò la natura con miti, ma non solo per capirla: per sopportarla.”

(Sigmund Freud, Totem e Tabù)




Il mito non nasce per sostituire la scienza.

Nasce per contenerci emotivamente di fronte a ciò che ci supera.



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Il conflitto come scena originaria


L' immagine della — la donna-fuoco, due uomini in lotta, il figlio che osserva — è una traduzione perfetta del mito guancio e allo stesso tempo di un’intuizione freudiana fondamentale.


Freud ci ricorda:


> “La nostra vita psichica si organizza intorno a poche grandi scene, che tornano in ogni cultura con forme diverse.”




Il conflitto tra le due forze, Achamán e Guayota, diventa così:


una metafora della lotta interna tra distruzione e protezione,


una proiezione del conflitto che ogni bambino vede e interpreta,


una struttura che parla sia al singolo soggetto che alla collettività.



Il volere della luce di emergere dalla terra è, in fondo, la metafora della nascita del pensiero, del desiderio di vedere.


E qui Platone torna utile come un faro.



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Platone e il fuoco: la caverna come modello del Teide


Nel mito della caverna, Platone descrive gli uomini che vivono nel fondo della terra, illuminati solo da un fuoco che produce ombre.


È uno dei grandi modelli del pensiero occidentale.


E Platone avverte:


> “Abituarsi alla luce è doloroso, ma è l’unica via per vedere la realtà.”

(Repubblica, VII)




Il Teide produce letteralmente luce e buio,

cicli di fuoco e silenzio,

sbalzi tra paura e meraviglia.


È la stessa dinamica della caverna platonica:


l’oscurità che trattiene,


la luce che chiama.



Quando Achamán libera il Sole dal ventre della montagna,

è come l’uomo che esce dalla caverna e vede finalmente il mondo illuminato.


Naturalmente, per Freud, questa uscita non è mai solo intellettuale:


> “Il soggetto incontra la verità passando attraverso il proprio turbamento.”




È un’idea che si incastra perfettamente nel simbolismo del vulcano.



Il mito come psicoanalisi collettiva


E allora che cosa fa davvero il mito del Teide?


Non spiega come funziona un’eruzione.

Spiega che cosa significa per l’uomo la sua potenza.


Il mito:


prende la forza del vulcano,


la trasforma in una storia,


e attraverso quella storia permette alla comunità di elaborare le proprie paure.



È esattamente ciò che Freud chiama:


> “lavoro del simbolo: trasformare il perturbante in qualcosa che può essere pensato.”




E ciò che Platone chiama:


> “pedagogia del mito: ciò che guida l’anima prima del logos.”





Una riflessione tra scienza, mito e psiche


Oggi sappiamo molto di più sul Teide di quanto ne sapessero i Guanci.

La scienza ci dice come nasce un vulcano, come si muove il magma, come si misura la pressione.


Ma la scienza non cancella il mito:

lo completa.


Perché mentre la scienza spiega il fenomeno,

il mito spiega la nostra relazione emotiva con il fenomeno.


Il Teide è allora due cose insieme:


una montagna che respira fuoco,


e una grande metafora della vita umana.



E ogni volta che guardiamo un vulcano,

ricordiamo che non vogliamo capire solo come è fatto il mondo,

ma anche che cosa ci fa,

che cosa smuove,

che cosa ci racconta di noi.


Come dice Platone:


> “Non c’è insegnamento senza meraviglia.”




E come direbbe Freud:


> “Non c’è simbolo che non apra una porta sulla nostra verità.”




Questo è il motivo per cui i Guanci — e noi dopo di loro —

abbiamo trasformato un vulcano in un racconto:

perché solo così possiamo davvero entrarci dentro

senza esserne travolti.

 
 
 

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