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Quando non tutto è visibile: L’iconostasi, l’Eucaristia e lo sguardo. Dottor Maurizio Silvestri

11 set
Tempo di lettura: 7 min

Dopo San Nicola e l’icona, un viaggio dentro una chiesa ortodossa ci conduce ancora più avanti: dalla domanda «che cosa vediamo?» alla domanda «da dove siamo guardati?».

Ci sono immagini che guardiamo.

E ce ne sono altre davanti alle quali abbiamo la sensazione, quasi impercettibile, di essere noi a essere guardati.

Nel precedente articolo, Quando l’immagine ci guarda. San Nicola, l’icona e lo sguardo secondo Lacan, ho cercato di mettere in evidenza proprio questa differenza attraverso il confronto tra una rappresentazione occidentale di San Nicola e la sua raffigurazione nell’iconografia ortodossa.

Durante una visita a Berat, in Albania, questa riflessione ha trovato un luogo concreto nel quale approfondirsi: la chiesa ortodossa e la sua iconostasi.

Davanti all'iconostasi si comprende infatti che la questione dello sguardo non riguarda soltanto il modo in cui un pittore dipinge un volto.

Può essere inscritta nell'intero spazio della chiesa.

L'architettura stessa può stabilire che cosa deve essere visto, che cosa deve essere sottratto alla vista e quale posizione deve assumere colui che guarda.

Ed è qui che la celebrazione eucaristica diventa, anche dal punto di vista psicologico, particolarmente interessante.

Una parete che separa e collega

L'iconostasi è la struttura che separa la navata, dove si trovano i fedeli, dal santuario, dove si trova l'altare.

A prima vista potrebbe sembrare semplicemente una barriera.

Da una parte noi.

Dall'altra l'altare.

Ma questa lettura non coglie la sua funzione simbolica.

L'iconostasi non dice semplicemente:

«Qui non puoi entrare.»

E nemmeno soltanto:

«Qui non puoi vedere.»

Dice qualcosa di più complesso:

«Esiste una dimensione della realtà che non può essere completamente posseduta dal tuo sguardo.»

Ed è proprio questo limite a diventare significativo.

Il fedele vede davanti a sé l'iconostasi, le icone, le porte.

Dietro quelle porte c'è il santuario.

E nel santuario l'altare.

La celebrazione eucaristica avviene dunque in una dimensione che non viene necessariamente offerta completamente allo sguardo.

Il mistero non viene trasformato in spettacolo.

La differenza tra una scena e un mistero

Questa osservazione permette di introdurre una distinzione che va oltre la semplice differenza tra Oriente e Occidente cristiano.

Nella tradizione occidentale, soprattutto nella forma assunta dalla chiesa dopo le trasformazioni liturgiche e artistiche dei secoli successivi, l'altare è generalmente collocato in uno spazio che permette al fedele una visione diretta della celebrazione.

Il sacerdote, l'altare, i gesti liturgici: la scena è davanti agli occhi.

Si crea così una particolare posizione del soggetto:

io vedo ciò che sta accadendo.

Nella chiesa ortodossa l'iconostasi introduce invece una diversa organizzazione dello spazio.

Il fedele partecipa alla celebrazione, ma non deve necessariamente vedere ogni cosa.

Ciò che accade dietro l'iconostasi non viene abolito dalla sottrazione alla vista.

Al contrario, la sottrazione rende percepibile che esiste qualcosa che eccede il campo visivo.

Non è quindi corretto contrapporre semplicemente:

cristianesimo occidentale = vedere

e

ortodossia = non vedere.

Entrambe sono tradizioni cristiane, entrambe celebrano l'Eucaristia, entrambe utilizzano immagini, simboli, parole e gesti.

La differenza che qui ci interessa è un'altra:

come viene collocato il soggetto davanti a ciò a cui partecipa.

L'icona al posto della scena

Ed è qui che l'iconostasi diventa sorprendente.

Se il fedele non può vedere direttamente tutto ciò che avviene dietro di essa, che cosa trova davanti ai propri occhi?

Le immagini.

Cristo.

La Vergine.

Gli apostoli.

Gli angeli.

I santi.

San Nicola.

L'icona non è però semplicemente una fotografia di ciò che accade dietro l'iconostasi.

Non rappresenta l'altare nascosto.

Non è un'immagine sostitutiva della celebrazione.

Fa qualcosa di diverso.

Rende presente nel campo del visibile qualcosa che non può essere esaurito dal visibile.

Questa potrebbe essere una delle funzioni fondamentali del simbolo.

Il simbolo non elimina ciò che non possiamo vedere.

Lo rende rappresentabile.

San Nicola ci guarda

Torniamo allora a San Nicola.

Nella pittura occidentale possiamo incontrare San Nicola inserito dentro una scena: altri personaggi, un'architettura, una storia, una prospettiva.

Il nostro occhio viene invitato a entrare nella scena.

Guardiamo.

Nell'icona ortodossa, invece, San Nicola appare spesso frontalmente.

Non è semplicemente dentro una scena nella quale noi siamo spettatori.

È davanti a noi.

Il suo volto non sembra appartenere a un passato lontano.

La sua immagine stabilisce una relazione con chi si trova davanti all'icona.

E allora accade qualcosa di sottile.

Non pensiamo più soltanto:

«Io guardo San Nicola.»

Possiamo avere la sensazione:

«Io sono davanti a San Nicola.»

È un cambiamento minimo nella formulazione, ma enorme nella posizione psicologica del soggetto.

L'occhio e lo sguardo secondo Lacan

È proprio qui che la psicoanalisi di Lacan offre uno strumento prezioso.

Lacan distingue la visione dallo sguardo.

L'occhio appartiene alla funzione del vedere.

Posso guardare un oggetto, riconoscerlo, descriverlo, analizzarlo.

Ma lo sguardo, nel senso lacaniano, introduce qualcosa di diverso.

Mi ricorda che non sono semplicemente un soggetto posto fuori dal mondo che osserva degli oggetti.

Sono anch'io dentro il campo del visibile.

Posso essere catturato da qualcosa che vedo.

Un volto può interrogarmi.

Una fotografia può riguardarmi.

Un'opera d'arte può farmi sentire improvvisamente esposto.

Non perché l'oggetto possieda realmente uno sguardo umano, ma perché la mia posizione di spettatore viene modificata.

Per dirlo in una formula sintetica:

L'occhio guarda. Lo sguardo ci riguarda.

È una formula che permette di comprendere meglio anche l'esperienza davanti all'icona.

L'iconostasi introduce una mancanza

L'iconostasi compie qualcosa di ancora più radicale.

Introduce una mancanza nel campo visivo.

C'è qualcosa che non posso vedere.

Ma questa mancanza non produce necessariamente un semplice vuoto.

Produce simbolizzazione.

Davanti a ciò che non vedo compaiono le icone.

Potremmo rappresentare questo processo così:

ciò che non vedo

↓

produce un limite

↓

il limite apre uno spazio simbolico

↓

l'icona occupa quello spazio

↓

l'immagine mi mette in rapporto con ciò che non posso possedere attraverso la vista

È un movimento profondamente umano.

L'essere umano non vive soltanto di ciò che vede.

Vive anche di ciò che manca.

Di ciò che desidera.

Di ciò che ricorda.

Di ciò che immagina.

Di ciò che attende.

Di ciò che non riesce a rappresentare completamente.

Il simbolo nasce spesso proprio nel punto in cui la percezione non basta.

L'Eucaristia: presenza senza spettacolo

L'Eucaristia porta questa dinamica al suo punto più alto.

Il pane e il vino sono visibili.

I gesti sono visibili.

Il sacerdote è visibile.

L'altare può essere visibile in alcuni momenti.

Ma il significato sacramentale della celebrazione non coincide con ciò che l'occhio può semplicemente registrare.

La presenza non è riducibile alla visibilità.

Ed è proprio qui che la celebrazione cristiana, sia orientale sia occidentale, contiene una questione profondamente umana:

possiamo essere coinvolti da qualcosa che non possiamo vedere completamente?

La risposta è sì.

Anzi, gran parte della nostra vita psichica funziona proprio così.

L'assenza può essere più potente della presenza

Pensiamo a una persona che amiamo.

Quando è davanti a noi possiamo guardarla.

Ma quando non c'è, quella persona può continuare a essere potentemente presente nella nostra mente.

Un volto può riaffiorare.

Una voce può risuonare.

Una parola può continuare ad agire.

Un ricordo può modificare una scelta.

Un desiderio può orientare un'intera esistenza senza essere mai completamente soddisfatto.

La presenza psichica non coincide quindi con la presenza percettiva.

Ciò che non vediamo può continuare a guardarci.

Ed è proprio qui che la psicoanalisi incontra la logica del simbolo.

Guardare non significa essere spettatori

Possiamo allora tornare alla domanda iniziale.

Che cosa significa guardare?

Significa necessariamente essere spettatori?

Non sempre.

Quando guardiamo una scena distante, possiamo sentirci esterni ad essa.

Ma quando quella scena ci riguarda, la nostra posizione cambia.

Pensiamo a un film.

All'inizio osserviamo un personaggio.

Poi, improvvisamente, riconosciamo qualcosa di noi in quel personaggio.

La scena è la stessa.

Ma non siamo più gli stessi spettatori.

Siamo stati chiamati dentro la scena.

È questo, in fondo, ciò che può accadere davanti a un'icona.

L'immagine non chiede soltanto:

«Che cosa vedi?»

Può introdurre una domanda più inquietante:

«Che cosa accade a te mentre guardi?»

La chiesa come dispositivo dello sguardo

A questo punto possiamo fare un passo ulteriore.

Non è soltanto l'icona a organizzare lo sguardo.

È la chiesa stessa.

L'architettura stabilisce una relazione tra:

chi guarda

e

ciò che può essere guardato.

L'iconostasi introduce il limite.

Le porte regolano l'accesso visivo.

L'altare rimane oltre una soglia.

Le icone occupano il campo dello sguardo.

La liturgia alterna apertura e chiusura, apparizione e sottrazione.

Lo spazio sacro diventa così una sorta di grammatica del visibile e dell'invisibile.

E la liturgia insegna al corpo ciò che la filosofia spesso cerca di insegnare con le parole:

non tutto ciò che esiste deve essere immediatamente disponibile allo sguardo.

Dal vedere al simbolizzare

Questa riflessione ci porta anche verso una questione più ampia della psicologia.

La coscienza non nasce soltanto dall'accumulo di percezioni.

Tra l'esperienza e la coscienza si interpone il simbolo.

Vediamo qualcosa.

Poi lo nominiamo.

Lo ricordiamo.

Lo rappresentiamo.

Gli attribuiamo un significato.

Il mondo umano comincia quando ciò che viene percepito può diventare qualcosa d'altro attraverso il simbolo.

L'iconostasi può allora essere letta come una metafora straordinariamente potente.

Essa mette fisicamente in scena un'esperienza che appartiene alla struttura stessa della soggettività:

tra noi e la realtà esiste sempre una soglia.

Non possiamo possedere il reale attraverso l'occhio.

Dobbiamo attraversarlo attraverso immagini, parole, simboli, desideri e interpretazioni.

Due modi di stare davanti al mistero

La differenza tra una scena aperta allo sguardo e una scena parzialmente sottratta alla vista non stabilisce una gerarchia.

Non significa che una forma sia superiore all'altra.

Ma ci permette di riconoscere due diverse esperienze del rapporto tra soggetto e immagine.

Da una parte:

io guardo la scena.

Dall'altra:

io sono davanti a qualcosa che non posso vedere completamente.

Nel primo caso il soggetto può sentirsi spettatore.

Nel secondo viene continuamente ricordato che il proprio sguardo ha un limite.

E proprio questo limite apre la possibilità dello sguardo come esperienza soggettiva.

Quando l'immagine ci restituisce lo sguardo

Forse è questo il filo che unisce San Nicola, l'icona, l'iconostasi e l'Eucaristia.

Nel precedente articolo partivamo dal volto di San Nicola.

L'immagine ci guardava.

Ora scopriamo che quella stessa esperienza può essere costruita dall'intero spazio liturgico.

L'iconostasi sottrae una parte della scena.

L'icona riempie simbolicamente quella sottrazione.

La liturgia mette in rapporto visibile e invisibile.

E il fedele non è più semplicemente colui che osserva.

È colui che partecipa a qualcosa che non può essere interamente visto.

Forse possiamo allora formulare il passaggio centrale in questo modo:

L'occhio cerca ciò che può vedere. Il simbolo nasce là dove ciò che conta non può essere completamente visto. Lo sguardo, invece, è ciò che ci ricorda che, mentre guardiamo il mondo, siamo già dentro il mondo che guardiamo.

L'iconostasi non è dunque soltanto una parete.

È una soglia.

E ogni soglia, psicologicamente, separa ma nello stesso tempo mette in relazione.

Da una parte il visibile.

Dall'altra l'invisibile.

In mezzo, il soggetto.

Proprio lì, nel confine tra ciò che si mostra e ciò che si sottrae, può nascere il simbolo.

E forse è anche lì che cominciamo davvero a diventare soggetti: non quando vediamo tutto, ma quando scopriamo che qualcosa ci riguarda anche là dove non possiamo vederlo.

 
 
 

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