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La leggerezza non è superficialità: il simbolo come modo di abitare il peso dell’esistenza. Dottor Maurizio Silvestri

1 ott
Tempo di lettura: 10 min

Ci sono momenti in cui la vita sembra diventare troppo pesante.


Non necessariamente perché accada qualcosa di straordinario. A volte è il quotidiano stesso a diventare difficile da sostenere: una perdita, una relazione, una responsabilità, un pensiero che ritorna, un desiderio che non trova una forma, una domanda alla quale non riusciamo a dare risposta.


È in questo territorio che possiamo incontrare una parola apparentemente sorprendente: leggerezza.


Italo Calvino, nella prima delle sue Lezioni americane, dedica alla leggerezza una riflessione che va molto oltre l'idea di evasione o di superficialità.


La leggerezza non consiste nel togliere importanza alle cose.


Consiste nel togliere peso senza togliere profondità.


Ed è proprio qui che la leggerezza può incontrare la psicoanalisi.


La leggerezza non significa non guardare


La superficialità cerca di evitare ciò che è profondo.


La leggerezza, invece, può essere un modo per avvicinarsi alla profondità senza esserne schiacciati.


È una differenza essenziale.


Dire:


««Non è niente»»


può essere un modo per negare ciò che fa male.


Dire:


««È qualcosa che pesa, ma posso trovare un modo diverso per portarlo»»


è già un'altra posizione soggettiva.


La prima cancella.


La seconda trasforma.


In questo senso la leggerezza non è l'opposto della profondità. È una modalità di attraversarla.


Perseo e Medusa: guardare senza pietrificarsi


Calvino sceglie un'immagine straordinaria: Perseo che affronta Medusa.


Perseo non guarda direttamente il volto della Gorgone. Utilizza il riflesso dello scudo per orientarsi e riuscire a colpirla senza rimanere pietrificato.


L'immagine contiene una sorprendente intuizione psicologica.


Ci sono esperienze che, se affrontate nella loro immediatezza, possono essere troppo intense.


L'angoscia può pietrificare.


Il trauma può pietrificare.


Un desiderio non riconosciuto può pietrificare.


Anche una verità su noi stessi può diventare insostenibile se viene incontrata senza una mediazione.


Abbiamo allora bisogno di uno specchio simbolico.


La parola, il racconto, il sogno, l'immagine, l'arte, la metafora permettono di avvicinarsi a ciò che ci riguarda senza esserne immediatamente travolti.


Non allontanano necessariamente dalla verità.


Possono essere ciò che rende possibile incontrarla.


Dal peso alla rappresentazione


Qui la psicoanalisi offre una prospettiva particolarmente interessante.


Una sofferenza non elaborata tende a presentarsi come qualcosa che semplicemente accade al soggetto.


Un peso.


Una ripetizione.


Un sintomo.


Un'angoscia apparentemente senza nome.


Il lavoro analitico introduce progressivamente la possibilità di trasformare quell'esperienza in qualcosa che possa essere rappresentato.


Non significa che il dolore scompaia.


Significa che può cambiare il suo statuto.


Ciò che prima era soltanto subito può diventare raccontato.


Ciò che era senza nome può trovare una parola.


Ciò che sembrava puramente reale può entrare nella trama del simbolico.


E quando qualcosa può essere simbolizzato, il soggetto può cominciare a muoversi intorno ad esso.


È qui che può apparire la leggerezza.


La leggerezza come distanza


La distanza non è necessariamente separazione.


A volte è la condizione per poter vedere.


Un oggetto troppo vicino non si vede più.


Un dolore completamente coincidente con noi stessi non può ancora essere pensato.


Per questo la simbolizzazione introduce una distanza.


Non una distanza che nega, ma una distanza che permette di pensare.


Potremmo allora definire la leggerezza come la capacità di creare una distanza simbolica sufficiente a non essere completamente identificati con ciò che ci accade.


Non sono soltanto la mia paura.


Non sono soltanto la mia perdita.


Non sono soltanto il mio sintomo.


Non sono soltanto la mia storia.


Queste esperienze mi attraversano, mi costituiscono, mi interrogano.


Ma non esauriscono completamente ciò che posso diventare.


Freud: il peso che cerca una forma


Anche nella prospettiva freudiana possiamo riconoscere questo movimento.


L'inconscio non è semplicemente un contenitore di contenuti nascosti che aspettano di essere scoperti.


È qualcosa che ritorna, si sposta, si traveste, si condensa, si rappresenta.


Il sogno ne è un esempio privilegiato.


Freud lo definisce la via regia verso l'inconscio.


Nel sogno qualcosa di profondamente significativo può apparire attraverso immagini apparentemente leggere, assurde, paradossali.


Una scena quotidiana può nascondere un conflitto.


Un'immagine può condensare molte esperienze.


Un racconto apparentemente privo di senso può aprire una domanda.


Il sogno non elimina il peso dell'inconscio.


Gli dà una forma.


E forse è proprio la forma a permettere al soggetto di avvicinarsi a ciò che, nella sua immediatezza, sarebbe troppo pesante.


Lacan: il simbolico come possibilità di movimento


Con Lacan questo passaggio può essere ulteriormente radicalizzato.


Il soggetto non coincide con ciò che dice di essere.


È preso nella rete dei significanti, nelle parole che lo hanno nominato, nelle domande dell'Altro, nei desideri che lo attraversano.


Ma proprio perché il soggetto è inscritto nel linguaggio, esiste la possibilità di uno spostamento.


Una parola può modificare la posizione da cui guardiamo qualcosa.


Una metafora può aprire un significato nuovo.


Una domanda può interrompere una certezza.


Un lapsus può introdurre qualcosa che il soggetto non sapeva di sapere.


La parola, allora, non è semplicemente un modo per descrivere la realtà.


Può diventare un modo per trasformare la posizione del soggetto rispetto alla realtà.


E questo è già un movimento verso la leggerezza.


La superficialità dice: «Non c'è nulla»


La pesantezza può dire:


««Questo è tutto ciò che sono.»»


La superficialità può dire:


««Non è importante.»»


La leggerezza può invece dire:


««È importante. Ma non è tutto.»»


Forse è proprio questa la differenza fondamentale.


La leggerezza non diminuisce necessariamente il valore delle cose.


Diminuisce la loro pretesa di essere l'unica cosa possibile.


Un fallimento è reale, ma non coincide con l'intera esistenza.


Una perdita è reale, ma non cancella ogni possibilità di desiderio.


Un sintomo è reale, ma non esaurisce il soggetto.


Una ferita appartiene alla storia, ma non deve necessariamente diventare il nome definitivo di chi siamo.


Il confine come luogo della leggerezza


Qui la riflessione sulla leggerezza incontra anche quella sul confine.


Il confine può essere vissuto come una barriera oppure come uno spazio di passaggio.


È ciò che separa, ma nello stesso tempo rende possibile l'incontro tra ciò che è separato.


Anche la coscienza funziona in questo modo.


Abbiamo bisogno di un confine tra conscio e inconscio, tra io e altro, tra realtà e immaginazione, tra ciò che sappiamo e ciò che ancora non sappiamo.


Quando il confine è troppo rigido, ciò che è dall'altra parte viene escluso.


Quando il confine scompare completamente, rischiamo di essere travolti.


La leggerezza potrebbe allora essere pensata come una elasticità del confine.


Una capacità di stare sulla soglia.


Di attraversare senza perdersi.


Di incontrare l'altro senza smettere di essere se stessi.


La profondità non deve necessariamente essere pesante


Forse abbiamo ereditato un equivoco culturale: quello secondo cui ciò che è profondo deve essere necessariamente serio, oscuro, difficile e pesante.


Ma la profondità non coincide con la gravità.


Un bambino che fa una domanda può aprire una questione filosofica.


Una battuta può interrompere una rigidità.


Una metafora può dire più di una spiegazione.


Una canzone può raggiungere un punto della nostra esperienza che molte parole razionali non riescono a toccare.


La leggerezza può quindi essere una forma sofisticata della profondità.


Non perché renda le cose più semplici, ma perché consente loro di respirare.


Abitare il peso senza diventare il peso


Forse possiamo arrivare a una definizione.


La leggerezza è la possibilità di abitare il peso dell'esistenza senza diventare completamente quel peso.


È la capacità di mantenere un movimento là dove qualcosa tende a immobilizzarci.


È ciò che permette al soggetto di dire:


«Questo mi appartiene, ma non mi esaurisce.»


Ed è forse questo uno dei compiti fondamentali del simbolico.


Non cancellare il reale.


Non anestetizzare il dolore.


Non trasformare la profondità in superficialità.


Ma costruire una forma attraverso la quale ciò che pesa possa essere pensato, raccontato, rappresentato e infine abitato.


Perché la leggerezza autentica non consiste nel vivere senza peso.


Consiste nel trovare un modo per portare il peso senza smettere di muoversi.


E forse, alla fine, la differenza può essere racchiusa in una sola frase:


«La superficialità dice: «Non voglio andare in profondità».

La pesantezza dice: «La profondità mi ha inghiottito».

La leggerezza dice: «Posso andare in profondità senza perdermi».»La leggerezza non è superficialità: il simbolo come modo di abitare il peso dell’esistenza

Ci sono momenti in cui la vita sembra diventare troppo pesante.

Non necessariamente perché accada qualcosa di straordinario. A volte è il quotidiano stesso a diventare difficile da sostenere: una perdita, una relazione, una responsabilità, un pensiero che ritorna, un desiderio che non trova una forma, una domanda alla quale non riusciamo a dare risposta.

È in questo territorio che possiamo incontrare una parola apparentemente sorprendente: leggerezza.

Italo Calvino, nella prima delle sue Lezioni americane, dedica alla leggerezza una riflessione che va molto oltre l'idea di evasione o di superficialità.

La leggerezza non consiste nel togliere importanza alle cose.

Consiste nel togliere peso senza togliere profondità.

Ed è proprio qui che la leggerezza può incontrare la psicoanalisi.

La leggerezza non significa non guardare

La superficialità cerca di evitare ciò che è profondo.

La leggerezza, invece, può essere un modo per avvicinarsi alla profondità senza esserne schiacciati.

È una differenza essenziale.

Dire:

«Non è niente»

può essere un modo per negare ciò che fa male.

Dire:

«È qualcosa che pesa, ma posso trovare un modo diverso per portarlo»

è già un'altra posizione soggettiva.

La prima cancella.

La seconda trasforma.

In questo senso la leggerezza non è l'opposto della profondità. È una modalità di attraversarla.

Perseo e Medusa: guardare senza pietrificarsi

Calvino sceglie un'immagine straordinaria: Perseo che affronta Medusa.

Perseo non guarda direttamente il volto della Gorgone. Utilizza il riflesso dello scudo per orientarsi e riuscire a colpirla senza rimanere pietrificato.

L'immagine contiene una sorprendente intuizione psicologica.

Ci sono esperienze che, se affrontate nella loro immediatezza, possono essere troppo intense.

L'angoscia può pietrificare.

Il trauma può pietrificare.

Un desiderio non riconosciuto può pietrificare.

Anche una verità su noi stessi può diventare insostenibile se viene incontrata senza una mediazione.

Abbiamo allora bisogno di uno specchio simbolico.

La parola, il racconto, il sogno, l'immagine, l'arte, la metafora permettono di avvicinarsi a ciò che ci riguarda senza esserne immediatamente travolti.

Non allontanano necessariamente dalla verità.

Possono essere ciò che rende possibile incontrarla.

Dal peso alla rappresentazione

Qui la psicoanalisi offre una prospettiva particolarmente interessante.

Una sofferenza non elaborata tende a presentarsi come qualcosa che semplicemente accade al soggetto.

Un peso.

Una ripetizione.

Un sintomo.

Un'angoscia apparentemente senza nome.

Il lavoro analitico introduce progressivamente la possibilità di trasformare quell'esperienza in qualcosa che possa essere rappresentato.

Non significa che il dolore scompaia.

Significa che può cambiare il suo statuto.

Ciò che prima era soltanto subito può diventare raccontato.

Ciò che era senza nome può trovare una parola.

Ciò che sembrava puramente reale può entrare nella trama del simbolico.

E quando qualcosa può essere simbolizzato, il soggetto può cominciare a muoversi intorno ad esso.

È qui che può apparire la leggerezza.

La leggerezza come distanza

La distanza non è necessariamente separazione.

A volte è la condizione per poter vedere.

Un oggetto troppo vicino non si vede più.

Un dolore completamente coincidente con noi stessi non può ancora essere pensato.

Per questo la simbolizzazione introduce una distanza.

Non una distanza che nega, ma una distanza che permette di pensare.

Potremmo allora definire la leggerezza come la capacità di creare una distanza simbolica sufficiente a non essere completamente identificati con ciò che ci accade.

Non sono soltanto la mia paura.

Non sono soltanto la mia perdita.

Non sono soltanto il mio sintomo.

Non sono soltanto la mia storia.

Queste esperienze mi attraversano, mi costituiscono, mi interrogano.

Ma non esauriscono completamente ciò che posso diventare.

Freud: il peso che cerca una forma

Anche nella prospettiva freudiana possiamo riconoscere questo movimento.

L'inconscio non è semplicemente un contenitore di contenuti nascosti che aspettano di essere scoperti.

È qualcosa che ritorna, si sposta, si traveste, si condensa, si rappresenta.

Il sogno ne è un esempio privilegiato.

Freud lo definisce la via regia verso l'inconscio.

Nel sogno qualcosa di profondamente significativo può apparire attraverso immagini apparentemente leggere, assurde, paradossali.

Una scena quotidiana può nascondere un conflitto.

Un'immagine può condensare molte esperienze.

Un racconto apparentemente privo di senso può aprire una domanda.

Il sogno non elimina il peso dell'inconscio.

Gli dà una forma.

E forse è proprio la forma a permettere al soggetto di avvicinarsi a ciò che, nella sua immediatezza, sarebbe troppo pesante.

Lacan: il simbolico come possibilità di movimento

Con Lacan questo passaggio può essere ulteriormente radicalizzato.

Il soggetto non coincide con ciò che dice di essere.

È preso nella rete dei significanti, nelle parole che lo hanno nominato, nelle domande dell'Altro, nei desideri che lo attraversano.

Ma proprio perché il soggetto è inscritto nel linguaggio, esiste la possibilità di uno spostamento.

Una parola può modificare la posizione da cui guardiamo qualcosa.

Una metafora può aprire un significato nuovo.

Una domanda può interrompere una certezza.

Un lapsus può introdurre qualcosa che il soggetto non sapeva di sapere.

La parola, allora, non è semplicemente un modo per descrivere la realtà.

Può diventare un modo per trasformare la posizione del soggetto rispetto alla realtà.

E questo è già un movimento verso la leggerezza.

La superficialità dice: «Non c'è nulla»

La pesantezza può dire:

«Questo è tutto ciò che sono.»

La superficialità può dire:

«Non è importante.»

La leggerezza può invece dire:

«È importante. Ma non è tutto.»

Forse è proprio questa la differenza fondamentale.

La leggerezza non diminuisce necessariamente il valore delle cose.

Diminuisce la loro pretesa di essere l'unica cosa possibile.

Un fallimento è reale, ma non coincide con l'intera esistenza.

Una perdita è reale, ma non cancella ogni possibilità di desiderio.

Un sintomo è reale, ma non esaurisce il soggetto.

Una ferita appartiene alla storia, ma non deve necessariamente diventare il nome definitivo di chi siamo.

Il confine come luogo della leggerezza

Qui la riflessione sulla leggerezza incontra anche quella sul confine.

Il confine può essere vissuto come una barriera oppure come uno spazio di passaggio.

È ciò che separa, ma nello stesso tempo rende possibile l'incontro tra ciò che è separato.

Anche la coscienza funziona in questo modo.

Abbiamo bisogno di un confine tra conscio e inconscio, tra io e altro, tra realtà e immaginazione, tra ciò che sappiamo e ciò che ancora non sappiamo.

Quando il confine è troppo rigido, ciò che è dall'altra parte viene escluso.

Quando il confine scompare completamente, rischiamo di essere travolti.

La leggerezza potrebbe allora essere pensata come una elasticità del confine.

Una capacità di stare sulla soglia.

Di attraversare senza perdersi.

Di incontrare l'altro senza smettere di essere se stessi.

La profondità non deve necessariamente essere pesante

Forse abbiamo ereditato un equivoco culturale: quello secondo cui ciò che è profondo deve essere necessariamente serio, oscuro, difficile e pesante.

Ma la profondità non coincide con la gravità.

Un bambino che fa una domanda può aprire una questione filosofica.

Una battuta può interrompere una rigidità.

Una metafora può dire più di una spiegazione.

Una canzone può raggiungere un punto della nostra esperienza che molte parole razionali non riescono a toccare.

La leggerezza può quindi essere una forma sofisticata della profondità.

Non perché renda le cose più semplici, ma perché consente loro di respirare.

Abitare il peso senza diventare il peso

Forse possiamo arrivare a una definizione.

La leggerezza è la possibilità di abitare il peso dell'esistenza senza diventare completamente quel peso.

È la capacità di mantenere un movimento là dove qualcosa tende a immobilizzarci.

È ciò che permette al soggetto di dire:

«Questo mi appartiene, ma non mi esaurisce.»

Ed è forse questo uno dei compiti fondamentali del simbolico.

Non cancellare il reale.

Non anestetizzare il dolore.

Non trasformare la profondità in superficialità.

Ma costruire una forma attraverso la quale ciò che pesa possa essere pensato, raccontato, rappresentato e infine abitato.

Perché la leggerezza autentica non consiste nel vivere senza peso.

Consiste nel trovare un modo per portare il peso senza smettere di muoversi.

E forse, alla fine, la differenza può essere racchiusa in una sola frase:

La superficialità dice: «Non voglio andare in profondità».La pesantezza dice: «La profondità mi ha inghiottito».La leggerezza dice: «Posso andare in profondità senza perdermi».

 
 
 

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