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Avere il desiderio immenso di entrare nel mondo di qualcuno e scegliere, per amore, di fermarsi sulla soglia. Dottor Maurizio Silvestri

1 ora fa
Tempo di lettura: 4 min

Leggendo la poesia di Flavia Delpino dal titolo "due solitudini per un respiro" sono stato molto colpito dal suo contenuto soprattutto quello che tratta il tema del desiderio di entrare in contatto con il modo di qualcuno e scegliere per amore di fermarsi sulla soglia. Ho deciso così di scrivere alcune considerazioni su questo aspetto partendo appunto dalla poesia. Ho chiesto Flavia se potevo riportarla qui di seguito con il commento mi ha detto che ne sarebbe stata felice. Vi riporto di seguito la poesia.


Due solitudini per un respiro


Avrei voglia di entrare

nella tua solitudine,

ma con passi così leggeri

da non far tremare nemmeno il silenzio.


Vorrei sedermi accanto a te,

senza chiederti nulla,

senza pretendere uno spazio

che non mi hai ancora donato.


Restare lì,

a guardarti da lontano,

come si guarda un’opera d’arte

che si teme di sfiorare,

perché basta un gesto sbagliato

a spezzarne la magia.


Vorrei imparare

la forma dei tuoi silenzi,

ascoltare ciò che nascondono

quando le parole non bastano,

quando il cuore si ritira

in un luogo dove nessuno può arrivare.


E non vorrei salvarti,

né riempire la tua solitudine

con la mia presenza.


Vorrei soltanto esserci.


Come una luce tenue

che non pretende di scacciare il buio,

ma gli fa compagnia.


Come qualcuno che resta

quando non c’è niente da dire,

quando ogni parola sarebbe un’invasione

e l’unico modo per avvicinarsi

è non chiedere di essere accolti.


Perché forse la vera intimità

è proprio questa:

avere il desiderio immenso

di entrare nel mondo di qualcuno

e scegliere, per amore,

di fermarsi sulla soglia.


E restare lì,

in silenzio,

a guardare la tua anima

come si guarda un’opera d’arte:

senza possederla,

senza volerla cambiare,

senza sfiorarla,

lasciando che sia la sua bellezza

a parlare al cuore.


Finché, quasi senza accorgercene,

la tua solitudine

comincia a riconoscere la mia,

e la mia

a riconoscere la tua.


Fino a quando non ci sarà più

la tua solitudine

né la mia,

ma un unico silenzio,

un unico respiro,

un unico luogo

in cui perderci senza paura.


E allora, finalmente,

le nostre solitudini

non saranno più due.


Diventeranno una.


Di

Flavia Delpino


Commento della poesia di Silvestri Maurizio:


Rileggendo la poesia mi è venuta in mente una possibile lente, che non vorrei assolutamente intendere come un'interpretazione definitiva di ciò che hai scritto. Anzi, mi sembra interessante proprio perché lascia aperte diverse possibilità.


Il punto che mi colpisce di più è quello della soglia: «avere il desiderio immenso di entrare nel mondo di qualcuno e scegliere, per amore, di fermarsi sulla soglia».


Mi sembra che qui ci sia qualcosa di molto profondo sul desiderio. Desiderare qualcuno significa voler entrare nel suo mondo, avvicinarsi, conoscerlo, toccarlo quasi. Ma nella tua poesia compare contemporaneamente un'altra esigenza: non oltrepassare il limite, perché forse proprio quella distanza permette al desiderio di continuare a vivere.


L'immagine dell'opera d'arte mi sembra perfetta: la si guarda, la si contempla, la si desidera, ma si teme di sfiorarla perché quel gesto potrebbe rompere qualcosa. È come se la distanza non fosse soltanto un ostacolo all'intimità, ma anche ciò che protegge l'enigma dell'altro.


Da questo punto di vista mi viene in mente ciò che in psicoanalisi si chiama «fantasma». Non significa una fantasia consapevole o qualcosa di irreale. È piuttosto una piccola scena, spesso molto antica, attraverso la quale ciascuno di noi organizza il proprio modo di desiderare: una sorta di copione inconscio che dice, senza che ce ne rendiamo conto, «posso avvicinarmi fino a qui, oltre questo punto succede qualcosa che devo evitare».


Nella poesia potrebbe esserci proprio una scena di questo tipo: «Desidero immensamente entrare nel tuo mondo, ma devo fermarmi sulla soglia». E questa formula è interessante perché contiene contemporaneamente due movimenti opposti: il desiderio di avvicinarsi e la necessità di sottrarsi.


Non significa affatto che questo debba essere letto come «non riesco ad avere intimità» o, peggio ancora, ricondotto semplicemente a un limite. Sarebbe una riduzione. Piuttosto, la cosiddetta posizione soggettiva che proponi può aiutarci a pensare una particolare forma del desiderio: quella in cui il desiderio viene mantenuto vivo anche attraverso una certa distanza dall'altro, attraverso il non possederlo, il non consumare completamente l'incontro.


Il «non toccare» diventa allora molto interessante. Non toccare può essere una difesa, certo, ma può anche essere un modo per preservare qualcosa. Finché non possiedo completamente l'altro, l'altro continua a interrogarmi. Rimane qualcosa che non conosco, qualcosa che non posso esaurire.


E qui capisco ancora meglio perché nella poesia ritorni l'immagine dell'opera d'arte. Un'opera non smette di parlarci quando l'abbiamo guardata: al contrario, continua a porci domande proprio perché non si lascia possedere completamente. La sua bellezza mantiene aperto un enigma.


Mi sembra che anche il passaggio «non vorrei salvarti, né riempire la tua solitudine con la mia presenza» vada nella stessa direzione. C'è il rifiuto di occupare lo spazio dell'altro, di diventare colui che arriva a colmare una mancanza. È come se dicessi: «Posso amarti senza doverti completare e senza chiederti di completare me».


E forse qui c'è la parte più bella della poesia: la vera intimità non viene pensata come fusione, ma come capacità di stare vicino all'alterità dell'altro senza cancellarla.


Per questo trovo molto significativo il finale, quando «la tua solitudine comincia a riconoscere la mia, e la mia a riconoscere la tua».


Non è più «io entro nella tua solitudine per eliminarla», né «tu entri nella mia per salvarmi». È piuttosto il riconoscimento che entrambi abbiamo una parte che resta irriducibilmente nostra.


E allora anche quel «un unico silenzio, un unico respiro» diventa ambiguo e bellissimo: può essere il sogno dell'unione, ma può anche essere il punto in cui due solitudini riescono finalmente a stare insieme senza avere bisogno di cancellare la distanza.


Forse, in fondo, la poesia non parla soltanto della paura di entrare nella solitudine dell'altro. Parla del desiderio di trovare una forma di vicinanza nella quale nessuno debba rinunciare alla propria soglia.


E questa, più che una risposta, mi sembra una domanda molto potente: quanto della distanza che manteniamo serve a proteggerci dall'invasione, e quanto invece serve a mantenere vivo il desiderio?


La poesia, secondo me, ha la forza di non rispondere. Rimane sulla soglia. Ed è forse proprio per questo che continua a desiderare.




 
 
 

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