AMY WINEHOUSE E IL RIFIUTO DELL'ADATTAMENTO - Back to Black: quando non adattarsi è insieme una forma di libertà e un rischio. Dott. Maurizio Silvestri
Aggiornamento: 30 set
Guardando Back to Black c'è una parola che sembra attraversare silenziosamente tutta la storia di Amy Winehouse:
adattarsi.
Adattarsi a ciò che l'industria musicale chiede.
Adattarsi alle aspettative del pubblico.
Adattarsi alla fama.
Adattarsi all'immagine che gli altri costruiscono di lei.
Adattarsi alla perdita.
Adattarsi alla separazione.
Adattarsi persino alla realtà quando la realtà non coincide con ciò che si desidera.
E Amy, nel film, sembra rispondere continuamente:
no.
Non è semplicemente il "no" di una persona difficile.
È un no che può essere letto in due direzioni opposte.
Da una parte è il rifiuto di lasciarsi normalizzare.
Dall'altra è il rischio di non riuscire più a trovare una forma abitabile della realtà.
È questa ambivalenza che rende particolarmente interessante la figura di Amy.
"Non voglio cambiare"
Uno dei momenti più significativi del film arriva quando all'inizio della sua carriera le viene chiesto di modificare alcuni aspetti della sua immagine e del suo modo di presentarsi.
Amy si oppone.
Non vuole diventare ciò che il mercato vuole.
Nel film questa posizione è legata alla sua idea fondamentale: prima devo vivere ciò che canto.
È una frase molto importante.
Perché Amy non sembra concepire la musica come qualcosa che deve essere separato dalla vita.
La canzone deve nascere dall'esperienza.
Prima bisogna vivere.
Poi si può cantare.
Questo atteggiamento contiene qualcosa di profondamente creativo.
Ma contiene anche un paradosso:
se per poter cantare devo vivere ciò che canto, fino a che punto posso sottrarmi a ciò che mi fa soffrire?
L'artista non è semplicemente colui che rappresenta la realtà.
Talvolta sembra volerla attraversare fino in fondo.
E qui il rifiuto dell'adattamento può diventare pericoloso.
Il "no" come difesa del desiderio
Dal punto di vista psicoanalitico, il rifiuto non è necessariamente patologico.
Dire no significa anche poter stabilire un limite.
Significa poter dire:
"Non voglio essere quello che tu vuoi che io sia."
In questo senso il no di Amy è persino una forma di soggettivazione.
L'industria vuole una cantante.
Il pubblico vuole un'immagine.
La stampa vuole una storia.
L'Altro vuole una Amy riconoscibile.
Amy risponde:
io non sono soltanto questo.
Il suo rifiuto dell'adattamento può allora essere letto come una difesa dell'alterità.
Non essere come tutti gli altri.
Non entrare completamente nella forma prevista.
Non lasciarsi trasformare in prodotto.
È una posizione che contiene una forza creativa.
Ma proprio qui compare la contraddizione.
Perché non adattarsi non significa necessariamente essere liberi.
A volte significa anche non riuscire più a modificare la propria posizione quando la realtà lo richiede.
Dal disadattamento alla creatività
È questo forse il punto più interessante.
La parola "disadattamento" può essere facilmente utilizzata in senso patologizzante.
Ma l'artista, in una certa misura, è sempre anche un disadattato.
L'artista vede qualcosa che gli altri non vedono.
Non accetta completamente il mondo così com'è.
Lo ricompone.
Lo deforma.
Lo traduce.
Lo trasforma in una forma.
In questo senso, un certo grado di disadattamento può essere creativo.
Amy non vuole semplicemente inserirsi nella realtà.
Vuole trasformare ciò che vive in musica.
Il problema nasce quando il rifiuto della realtà non produce più un'opera, una parola, un atto creativo, ma diventa agito.
Quando ciò che non può essere simbolizzato viene vissuto attraverso il corpo, la sostanza, l'eccesso, la relazione.
È qui che il confine diventa sottile:
dal rifiuto creativo della norma al rifiuto distruttivo della realtà.
"Rehab": il no che diventa canzone
Questo emerge perfettamente in Rehab.
Il celebre "no" della canzone non è soltanto un rifiuto della riabilitazione.
È quasi una dichiarazione identitaria.
Io non sono ciò che voi dite che io sia.
Ed è straordinario che Amy riesca a trasformare questa posizione in una canzone.
Il conflitto diventa ritmo.
La resistenza diventa ironia.
Il disagio diventa spettacolo.
La contraddizione diventa arte.
Questo è uno dei modi più evidenti in cui Amy trasformava la propria esperienza in musica.
Non semplicemente raccontandola.
Trasformandone la posizione soggettiva in una forma condivisibile.
La canzone non dice soltanto "sto male".
Dice:
"Questo è il mio modo di stare nel mondo."
E il pubblico può riconoscersi proprio in quella contraddizione.
La nonna: un'identificazione diversa
Nel film la nonna Cynthia occupa un posto fondamentale.
Amy la guarda come una figura femminile forte, indipendente, elegante, legata alla musica e a uno stile personale.
La nonna non è soltanto una persona amata.
Diventa anche una figura identificatoria.
Amy prende qualcosa da lei.
Il gusto.
La musica.
L'atteggiamento.
L'immagine.
La pettinatura che nel film diventa quasi una firma.
Su questo punto il film accentua la realtà: Amy era realmente molto legata alla nonna, ma non fu Cynthia a creare il suo celebre beehive; Amy sviluppò quell'acconciatura già da adolescente, insieme alla hairstylist Tracey Cahoon.
Ma proprio la libertà narrativa del film permette di cogliere qualcosa.
L'identificazione non significa diventare uguali all'altro.
Significa prendere dall'altro qualcosa con cui costruire il proprio stile.
Amy non diventa Cynthia.
Prende Cynthia e la trasforma in Amy.
Questa è una forma particolarmente interessante di eredità psichica.
Non la ripetizione dell'altro.
Ma la sua trasformazione.
Un'icona senza voler diventare un'icona
Ed ecco un altro paradosso.
Amy non sembra voler essere un'icona.
Eppure diventa un'icona.
Non vuole adattarsi.
E proprio il suo modo di non adattarsi diventa stile.
I capelli.
Il trucco.
I tatuaggi.
Gli abiti.
La voce.
Il modo di stare sul palco.
La sua stessa opposizione alle aspettative.
Quello che inizialmente è una differenza soggettiva viene trasformato dall'industria in immagine riconoscibile.
Il sistema può perfino commercializzare il rifiuto del sistema.
È una delle contraddizioni più profonde della cultura contemporanea:
anche la ribellione può diventare un prodotto.
Amy può allora essere letta come una soggettività che cerca di sottrarsi all'Altro mentre contemporaneamente diventa sempre più oggetto dello sguardo dell'Altro.
Il desiderio di un figlio
Il film introduce poi un altro elemento fondamentale: il desiderio di diventare madre.
Amy parla del desiderio di avere figli e in più momenti il film costruisce la maternità come qualcosa che potrebbe offrirle una forma di stabilità.
Qui il film introduce una linea narrativa molto forte:
la donna che non vuole adattarsi al mondo dello spettacolo sogna contemporaneamente una forma di appartenenza molto concreta: una casa, un uomo, dei figli.
È una contraddizione soltanto apparente.
Il rifiuto dell'adattamento non significa necessariamente rifiuto del legame.
Amy può rifiutare il mondo e desiderare profondamente un luogo nel quale appartenere.
Ed è forse proprio questa la sua tragedia cinematografica:
rifiutare le forme di vita che gli altri le propongono e contemporaneamente cercare disperatamente una forma di vita nella quale poter finalmente abitare.
La perdita di Blake e la figlia dell'altra donna
Il finale del film porta questa tensione all'estremo.
Amy scopre che Blake, ormai separato da lei, ha avuto una figlia con un'altra donna.
Il film costruisce questa notizia come una ferita devastante.
Amy aveva desiderato un figlio.
Ora Blake ha avuto un figlio.
Ma non con lei.
È una scena che condensa diversi significati:
la perdita dell'uomo,la perdita della relazione,la perdita della possibilità di essere madre con quell'uomo,la sostituzione,l'esclusione,il confronto con un'altra donna.
La realtà appare qui nella sua forma più difficile:
non può essere modificata dal desiderio.
Ed è precisamente questo che Amy sembra fare fatica ad accettare.
Non perché non sappia distinguere la realtà.
Ma perché alcune realtà possono essere psicologicamente quasi impossibili da integrare.
"Tears Dry on Their Own": il problema dell'accettazione
È significativo che il film arrivi a Tears Dry on Their Own.
La canzone parla precisamente del momento nel quale l'amore deve fare i conti con la propria fine.
E qui compare una parola che sembra essere l'opposto del "no" di Amy:
accettare.
Accettare che l'altro possa andarsene.
Accettare che l'amore non garantisca il possesso dell'altro.
Accettare che il desiderio non abbia potere assoluto sulla realtà.
Accettare che l'altro possa vivere una vita nella quale noi non siamo più presenti.
Ma accettare non significa arrendersi.
In psicoanalisi, l'accettazione non coincide semplicemente con la rassegnazione.
Significa poter riconoscere un limite.
La realtà ha un limite. Il desiderio no.
Ed è proprio nel punto in cui questi due elementi entrano in conflitto che può comparire la sofferenza.
"Back to Black": quando la perdita diventa musica
E qui arriviamo al titolo.
"Back to Black" può essere ascoltato come il movimento di ritorno verso il buio dopo la perdita.
Ma il nero non è soltanto depressione.
È anche lutto.
È il luogo nel quale l'oggetto perduto continua a essere presente come assenza.
Amy prende questa esperienza e la trasforma in musica.
Ed è forse questa la sua straordinaria capacità:
non adattarsi alla sofferenza, ma trasformarla in forma.
Questa è una differenza fondamentale.
Adattarsi significa trovare una nuova posizione rispetto alla realtà.
Creare significa poter trasformare l'esperienza in qualcosa che prima non esisteva.
Amy riesce magnificamente nella seconda operazione.
Il problema è che la seconda non sempre sostituisce la prima.
Si può trasformare il dolore in arte e contemporaneamente rimanerne prigionieri nella vita.
Quando il sintomo prende il posto della parola
Qui la psicoanalisi permette di formulare una distinzione importante.
Finché l'esperienza diventa parola, musica, metafora, canzone, c'è una trasformazione simbolica.
Quando invece ciò che non può essere detto viene agito direttamente sul corpo o nella relazione, possiamo trovarci davanti a un'altra modalità di risposta.
Non è necessario diagnosticare Amy.
È sufficiente osservare la struttura.
Una cosa è cantare il dolore.Un'altra è vivere il dolore attraverso il corpo.
La musica può diventare una forma di simbolizzazione.
L'eccesso può diventare una forma di ripetizione.
E il confine tra le due cose non è sempre netto.
Il paradosso di Amy
Forse allora possiamo formulare il paradosso centrale del film così:
Amy non vuole adattarsi a una realtà che sente estranea, ma proprio la difficoltà ad adattarsi può trasformarsi progressivamente in una difficoltà ad abitare la realtà.
Questa frase, però, non deve diventare una condanna.
Perché il mondo al quale Amy avrebbe dovuto "adattarsi" non era necessariamente un mondo sano.
Era anche un mondo fatto di industria musicale, fama, paparazzi, aspettative, consumo dell'immagine e spettacolarizzazione della sofferenza.
Il problema non è quindi:
Amy non si adattava, dunque stava male.
La questione è più complessa:
a che cosa avrebbe dovuto adattarsi?
E soprattutto:
quanto di quel rifiuto era necessario per non perdersi?
Il disadattamento come resistenza
Qui il significante "non adattarsi" acquista una dimensione politica, oltre che psicologica.
Non adattarsi può significare:
non essere normalizzati;
non diventare uguali;
non accettare una forma di vita imposta;
non rinunciare alla propria voce;
non trasformare il proprio desiderio in semplice conformità.
Da questo punto di vista Amy incarna qualcosa che appartiene all'artista:
la capacità di dire no al mondo così com'è.
Ma la psicoanalisi aggiungerebbe una domanda:
che cosa accade quando il no non riesce più a trasformarsi in parola?
Quando il rifiuto non diventa più creazione ma ripetizione?
Quando la ribellione non produce più un nuovo spazio, ma finisce per imprigionare il soggetto nella propria opposizione?
È qui che il "non adattarsi" diventa ambiguo.
Può essere libertà.
Può essere sintomo.
Può essere entrambe le cose.
Il vero significante non è "morte": è "NO"
Forse, allora, il filo rosso del film non è semplicemente la morte di Amy.
È il suo NO.
No alla forma che gli altri vogliono darle.
No alla normalizzazione.
No alla riabilitazione.
No alla separazione.
No alla perdita.
No all'idea che l'altro possa appartenere a se stesso.
No a una realtà nella quale il desiderio non può ottenere ciò che vuole.
E tuttavia, alla fine, la realtà introduce il proprio limite.
Blake può avere un'altra donna.
Può avere una figlia.
La nonna può morire.
L'amore può finire.
La carriera può cambiare.
Il corpo può cedere.
La vita non si lascia completamente governare dal desiderio.
Ed è forse qui che possiamo collocare la questione più profonda del film:
Come può un soggetto continuare a essere se stesso senza dover rifiutare tutto ciò che non corrisponde al proprio desiderio?
Non adattarsi a tutto.
Ma nemmeno dover dire no a tutto.
Forse la maturità non consiste nel diventare uguali agli altri.
Consiste nel trovare una forma singolare di rapporto con la realtà.
Amy non è un modello: è una contraddizione
È importante non trasformare Amy in un'icona romantica dell'artista maledetta.
La sofferenza non è ciò che rende grande un artista.
La dipendenza non è creatività.
L'autodistruzione non è libertà.
E la morte precoce non conferisce un significato superiore alla vita.
Il valore di Amy sta nella sua musica e nella capacità, che il film mette in scena, di trasformare esperienza, desiderio, amore e perdita in una forma artistica.
Ma proprio per questo la sua vicenda pone una domanda più difficile:
quanto può spingersi il rifiuto dell'adattamento prima di diventare rifiuto della realtà stessa?
È una domanda che non riguarda soltanto Amy.
Riguarda tutti quei soggetti che hanno bisogno di dire:
"Io non sono come gli altri."
E forse hanno ragione.
Ma la questione successiva è ancora più importante:
come posso essere diverso senza dovermi distruggere per dimostrarlo?
Dalla ribellione alla soggettività
Forse è questo ciò che possiamo salvare, psicoanaliticamente, dalla figura di Amy.
Non l'idea di adattarsi.
Non l'idea di ribellarsi.
Ma la possibilità di costruire una terza posizione.
Non essere completamente conformi.
Non essere completamente oppositivi.
Costruire una propria forma.
La nonna offre ad Amy un'identificazione.
La musica le offre una lingua.
L'amore le offre un luogo nel quale cercare il proprio riconoscimento.
La perdita le mostra il limite dell'Altro.
E la canzone permette di trasformare ciò che non può essere cambiato.
Questa potrebbe essere la funzione più profonda dell'arte:
non cambiare la realtà, ma cambiare il rapporto del soggetto con ciò che nella realtà non può essere cambiato.
Una domanda che il film lascia aperta
Alla fine di Back to Black rimane dunque una domanda che va oltre Amy Winehouse:
Quanto del nostro "non mi adatto" è una forma necessaria di autenticità e quanto, invece, è il modo con cui continuiamo a rifiutare una realtà che non possiamo controllare?
Forse il lavoro psichico non consiste nell'imparare semplicemente ad adattarsi.
Consiste nel poter dire:
no, quando il sì mi cancella;
ma anche:
sì, quando il no mi impedisce di vivere.
Tra questi due movimenti si apre lo spazio della soggettività.
E forse è proprio lì, in quello spazio intermedio tra ribellione e accettazione, tra desiderio e limite, tra sintomo e simbolizzazione, che possiamo comprendere qualcosa della voce di Amy Winehouse.
Una voce che non ha mai voluto semplicemente adattarsi.
E che proprio per questo ci costringe ancora oggi ad ascoltare la domanda:
come si può restare fedeli a se stessi senza diventare prigionieri del proprio rifiuto?


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