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Quando l'immagine ci guarda: San Nicola, l'icona e la differenza tra vedere ed essere guardati. Dottor Maurizio Silvestri

11 set
Tempo di lettura: 7 min

Ci sono immagini che guardiamo.

E poi ci sono immagini davanti alle quali, improvvisamente, abbiamo la sensazione che sia l'immagine a guardare noi.

È una differenza sottile, quasi impercettibile, ma può cambiare completamente il nostro rapporto con ciò che vediamo.

L'ho incontrata a Berat, nel Castello, davanti alle icone conservate nel Museo Onufri. Tra queste, una rappresentazione di San Nicola, realizzata nel 1591 da Onufër il Cipriota, mostra il santo in posizione centrale, solenne, frontalmente, circondato da tredici scene della sua vita. La figura è immersa nel fondo dorato e porta i segni della sua dignità episcopale.

Guardandola, viene spontaneo confrontarla con un'immagine occidentale di San Nicola: una rappresentazione nella quale il santo può essere inserito in uno spazio prospettico, dentro una scena, con un corpo dotato di volume, movimento e ambiente.

Non si tratta semplicemente di due stili pittorici.

Possiamo leggerci dentro due differenti modi di collocare il soggetto davanti all'immagine.

Ed è qui che la psicoanalisi di Lacan ci offre una chiave sorprendentemente fertile.

L'occhio vede, ma lo sguardo è un'altra cosa

Siamo abituati a pensare la visione in modo molto semplice:

io guardo qualcosa.

C'è un soggetto che guarda e un oggetto che viene guardato.

Lacan introduce una frattura dentro questa apparente evidenza: quella tra l'occhio e lo sguardo.

Nel campo scopico, dice Lacan, non siamo soltanto noi a guardare. Esiste qualcosa nell'immagine che può catturarci, sorprenderci, farci sentire implicati.

Lo sguardo, in questo senso, non coincide con il semplice vedere.

È ciò attraverso cui il soggetto scopre che non è completamente padrone della propria posizione di osservatore. Nel Seminario XI Lacan articola lo sguardo come oggetto a, cioè come qualcosa che sfugge alla completa cattura della rappresentazione e che può prendere il soggetto nel campo del visibile.

Potremmo dirlo in maniera molto semplice:

L'occhio guarda.Lo sguardo ci riguarda.

È una formula che non pretende di riassumere tutta la complessità del concetto lacaniano, ma che può aiutarci a entrare nell'esperienza.

Due San Nicola

Immaginiamo allora due San Nicola.

Nel primo caso abbiamo un San Nicola rappresentato secondo una logica occidentale della pittura figurativa: il santo occupa uno spazio, è inserito in una scena, può essere rappresentato mentre compie un'azione. La prospettiva organizza lo spazio e offre allo spettatore una posizione dalla quale osservare.

Potremmo rappresentare schematicamente la relazione così:

IO → GUARDO → SAN NICOLA

Il soggetto sembra essere il centro dell'esperienza.

Sono io che guardo.

Sono io che osservo.

Sono io che organizzo ciò che vedo.

L'immagine, in qualche modo, si offre al mio sguardo.

Nel secondo caso entriamo nella logica dell'icona.

Il San Nicola di Onufër il Cipriota non è semplicemente un personaggio collocato dentro un ambiente realistico. La figura assume una frontalità e una solennità che modificano profondamente la posizione dello spettatore. Il fondo dorato non costruisce semplicemente uno spazio nel quale il santo si muove: sottrae la figura alla profondità ordinaria del mondo.

San Nicola non sembra trovarsi là, dentro un mondo che io posso osservare.

Sembra trovarsi di fronte a me.

E soprattutto:

mi guarda.

A quel punto lo schema cambia:

IO → GUARDO → SAN NICOLA

diventa:

IO ↔ SAN NICOLA

La visione non è più soltanto unidirezionale.

L'immagine sembra restituire lo sguardo.

L'icona non è una fotografia del santo

Questa differenza è importante perché rischiamo altrimenti di considerare l'icona come una pittura semplicemente "meno realistica" rispetto alla pittura occidentale.

È un errore.

L'icona non cerca necessariamente di rappresentare il mondo secondo la modalità con cui l'occhio umano lo vede.

Il suo scopo è differente.

La tradizione iconografica bizantina e post-bizantina costruisce un'immagine nella quale la figura non è semplicemente un oggetto tra gli altri oggetti del mondo. Il fondo oro, la frontalità, la particolare costruzione del volto e dello sguardo sottraggono progressivamente il personaggio alla scena naturalistica.

Berat è un luogo straordinario per osservare questa stratificazione: il Museo Onufri conserva circa duecento opere, icone e oggetti liturgici dal XIV al XX secolo, mentre la Chiesa di San Nicola nel Castello è considerata uno dei monumenti più importanti dell'arte post-bizantina albanese.

L'immagine non vuole semplicemente dirci:

"Ecco com'era San Nicola."

Sembra dirci qualcosa di diverso:

"Tu sei davanti a San Nicola."

E questa piccola variazione cambia tutto.

Dal vedere all'essere visti

È proprio qui che Lacan può diventare interessante.

Quando guardiamo un'immagine, normalmente pensiamo di essere noi a occupare la posizione attiva.

Io vedo.

L'immagine è vista.

Ma basta che qualcosa nell'immagine ci restituisca lo sguardo perché questa sicurezza si incrini.

Un esempio quotidiano può chiarirlo.

Immaginiamo di camminare di notte e di passare davanti a una finestra buia.

Non sappiamo se dietro il vetro ci sia qualcuno.

Poi improvvisamente scorgiamo una forma.

Forse non c'è nessuno.

Ma per un istante cambia la nostra posizione.

Non siamo più semplicemente colui che vede la finestra.

Ci sentiamo visibili.

Il campo visivo si è trasformato.

È precisamente questo tipo di scarto che la nozione lacaniana di sguardo permette di interrogare: non semplicemente ciò che vediamo, ma ciò che, nel campo del visibile, ci cattura e ci fa perdere l'illusione di essere completamente esterni alla scena.

Il volto che non si lascia possedere

C'è allora qualcosa di paradossale nell'icona.

Più è lontana dal realismo fotografico, più può produrre una sensazione di presenza.

Perché?

Forse proprio perché non ci permette di esaurire il volto attraverso ciò che vediamo.

Un volto realistico può essere studiato.

Possiamo osservarne i dettagli.

Possiamo analizzarlo.

Possiamo quasi possederlo con lo sguardo.

L'icona, invece, mantiene qualcosa di irriducibile.

Il volto è davanti a noi, ma non è completamente dentro il nostro campo di dominio.

Lo sguardo del santo non è semplicemente un dettaglio dipinto negli occhi.

È il punto attraverso il quale l'immagine sembra introdurre lo spettatore dentro la relazione.

Non sono più soltanto io davanti all'immagine.

Sono io davanti a qualcuno.

L'Altro che mi guarda

Qui possiamo compiere un ulteriore passo psicoanalitico.

Lo sguardo, in Lacan, non è semplicemente lo sguardo empirico di un'altra persona. È legato alla dimensione dell'Altro e alla struttura del desiderio.

Questo significa che l'esperienza dello sguardo tocca qualcosa di molto più profondo della semplice percezione.

Il soggetto scopre di non essere completamente padrone del campo nel quale si vede.

L'immagine può diventare il luogo nel quale il soggetto sperimenta una domanda implicita:

Da dove sono guardato?

È una domanda che non riguarda soltanto l'occhio.

Riguarda la posizione del soggetto.

Chi sono io nel campo nel quale mi trovo?

Da quale punto mi guardo?

Da quale punto sono guardato?

E, soprattutto:

che cosa c'è nell'immagine che mi riguarda oltre ciò che io riesco a vedere?

San Nicola come soglia

È forse questo che rende così potente l'icona.

San Nicola non è soltanto rappresentato.

È posto in una posizione di interlocuzione silenziosa.

Il santo non parla.

Non compie necessariamente un'azione spettacolare.

Non ha bisogno di movimento.

Sta.

E guarda.

Quella fissità non è povertà narrativa.

È una strategia simbolica.

L'immagine sottrae il santo al flusso ordinario del mondo e lo colloca in una posizione dalla quale può diventare presenza per chi guarda.

Il santo diventa così una soglia.

Da una parte c'è il soggetto che vede.

Dall'altra c'è qualcosa che eccede il visibile.

Tra i due si apre lo spazio dello sguardo.

Il paradosso dell'immagine

Potremmo allora formulare una piccola tesi:

La pittura non si differenzia soltanto per ciò che rappresenta, ma per il tipo di soggetto che costruisce davanti a ciò che rappresenta.

Una rappresentazione prospettica può costruire un osservatore.

L'icona può costruire un interlocutore.

Nel primo caso l'immagine sembra dirci:

"Guarda."

Nel secondo:

"Sei qui. E qualcuno ti guarda."

Naturalmente non è una distinzione assoluta. La grande pittura occidentale conosce perfettamente il potere dello sguardo e produce immagini che ci catturano, ci inquietano, ci interrogano. E l'arte bizantina non è priva di narrazione, profondità o variazioni stilistiche.

Ma la differenza è utile perché ci permette di capire che la storia dell'immagine è anche la storia delle diverse posizioni assegnate al soggetto che guarda.

Dall'icona al soggetto

A questo punto la questione diventa psicologica.

Noi pensiamo spesso alla coscienza come a qualcosa che osserva il mondo.

Io sono qui.

Il mondo è là.

Io guardo il mondo.

Ma l'esperienza dello sguardo ci insegna che questa separazione non è mai completamente stabile.

Il soggetto non è semplicemente colui che vede.

È anche colui che può scoprirsi visto, riconosciuto, desiderato, giudicato, interrogato.

In questo senso l'immagine diventa un dispositivo di soggettivazione.

Non si limita a mostrarci qualcosa.

Ci assegna una posizione.

Ed è qui che l'icona diventa, sorprendentemente, molto vicina alla psicoanalisi.

Perché anche nella psicoanalisi il soggetto non coincide con l'io che pensa di sapere chi è.

C'è sempre un punto che sfugge alla coscienza.

Un punto da cui il soggetto è, per così dire, "guardato" dalla propria stessa esperienza.

Il soggetto non domina completamente ciò che vede perché nel campo della visione compare qualcosa che lo riguarda senza lasciarsi completamente vedere.

L'immagine come confine

Forse allora possiamo tornare a Berat e guardare ancora una volta San Nicola.

Non chiediamoci soltanto:

"Che cosa rappresenta questa icona?"

Proviamo a chiederci:

"Che cosa fa questa icona a chi la guarda?"

È una domanda completamente diversa.

La prima riguarda il contenuto.

La seconda riguarda il soggetto.

E forse è proprio qui che l'immagine diventa simbolo.

Il simbolo non è semplicemente qualcosa che significa qualcos'altro.

È ciò che organizza una relazione tra il soggetto e ciò che lo eccede.

L'icona traccia un confine.

Da una parte c'è il nostro occhio.

Dall'altra c'è ciò che guardiamo.

Ma proprio sul confine accade qualcosa:

lo sguardo attraversa l'immagine e torna verso di noi.

È in quel momento che il soggetto scopre che vedere non significa necessariamente essere padrone del visibile.

Può significare, al contrario, essere preso nel campo di ciò che vede.

Forse è per questo che davanti a certe icone non abbiamo semplicemente la sensazione di aver visto un'immagine.

Abbiamo la sensazione, molto più inquietante e molto più umana, di essere stati guardati.

E forse è proprio lì che comincia il simbolo:nel punto in cui l'immagine smette di essere soltanto davanti a noi e comincia, silenziosamente, a riguardarci.

 
 
 

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