QUANDO IL CARTONE ENTRA NEL REALE - Coyote vs. Acme (il film 2026) e il sintomo tra immaginario, simbolico e reale. Dott. Maurizio Silvestri
C'è qualcosa di sorprendente nel guardare Coyote vs. Acme: non tanto perché un personaggio dei cartoni animati entra in un film interpretato da attori reali, quanto perché il film riesce a farci percepire questa impossibilità come se fosse, per qualche istante, perfettamente naturale.
Vediamo un essere umano interagire con un personaggio disegnato. Il Coyote ha un corpo che non appartiene alla realtà fotografica: può deformarsi, allungarsi, precipitare, sopravvivere a esplosioni impossibili. E tuttavia occupa lo stesso spazio degli attori, riceve la stessa luce, produce ombre, interagisce con gli oggetti.
La tecnologia cinematografica diventa allora qualcosa di più di una tecnica.
Diventa una metafora particolarmente interessante del modo in cui costruiamo la nostra esperienza della realtà.
Una realtà fatta di più registri
Il film utilizza una complessa integrazione di ripresa dal vivo, animazione 2D e 3D, previsualizzazione, VFX e compositing. Il Coyote viene costruito digitalmente, ma sul set viene utilizzato anche un pupazzo fisico che permette agli attori di avere davanti a sé un interlocutore concreto. Attraverso la previsualizzazione e lo SketchViz, inoltre, le azioni del personaggio vengono progettate attraverso il disegno prima di essere definitivamente integrate nelle riprese.
Il risultato è curioso.
Il Coyote non viene trasformato in un essere realistico.
È il contrario: è il mondo reale che viene modificato abbastanza da poter accogliere il personaggio del cartone.
Questa differenza è fondamentale.
Non viene cancellata l'alterità del personaggio. Il Coyote rimane Coyote. Rimane un'immagine, una figura dell'immaginario, con le sue leggi impossibili.
E tuttavia può entrare nel mondo degli uomini.
Potremmo dire che il film costruisce una sorta di spazio intermedio, nel quale reale e immaginario non devono più escludersi reciprocamente.
Il cinema come dispositivo simbolico
Ma ciò che rende possibile questa convivenza non è soltanto la tecnologia.
È il cinema stesso.
Perché noi accettiamo che un disegno possa stare accanto a un attore non semplicemente perché gli effetti speciali sono ben fatti. Lo accettiamo perché abbiamo imparato a leggere le immagini cinematografiche attraverso un codice.
Il cinema ci dice:
questo personaggio non è realmente presente, ma nel dispositivo della storia è presente.
Questa distinzione è essenziale.
L'immaginario non viene confuso con il reale.
Viene simbolicamente inscritto nel reale.
Ed è proprio questa iscrizione che permette allo spettatore di abitare contemporaneamente due piani: sa che il Coyote è un'immagine e, nello stesso tempo, reagisce emotivamente alla sua presenza.
Ridiamo quando cade.
Ci preoccupiamo quando è in pericolo.
Partecipiamo alla sua ostinazione.
La nostra esperienza non ha bisogno che il personaggio sia realmente esistente perché la sua presenza abbia effetti reali su di noi.
È qui che compare il sintomo
Questa dinamica permette di avvicinarsi, con cautela, a una questione psicoanalitica.
Anche il sintomo non è semplicemente una realtà oggettiva che si trova dentro l'individuo.
Il sintomo è una formazione.
Ha una dimensione immaginaria: le immagini, le fantasie, le identificazioni attraverso cui il soggetto rappresenta ciò che gli accade.
Ha una dimensione simbolica: le parole, le significazioni, le relazioni, le ripetizioni attraverso cui quella sofferenza viene inscritta nella storia del soggetto.
E ha una dimensione reale: qualcosa che insiste, che non si lascia completamente tradurre, che ritorna al di là delle spiegazioni che il soggetto riesce a costruire.
Il sintomo, in questo senso, non è semplicemente qualcosa da eliminare.
È anche qualcosa da leggere.
Il Coyote e la ripetizione
Wile E. Coyote è, da questo punto di vista, un personaggio straordinariamente interessante.
Insegue continuamente qualcosa che gli sfugge.
Costruisce dispositivi sempre più sofisticati.
Prevede.
Calcola.
Organizza.
E puntualmente fallisce.
Ma il suo fallimento non interrompe l'inseguimento.
Lo rilancia.
Potremmo sorridere di questa ripetizione perché il cartone la rende evidente e comica. Ma proprio per questo possiamo riconoscere qualcosa di profondamente umano.
Quante volte il soggetto ripete una situazione che razionalmente vorrebbe evitare?
Quante volte costruisce nuove strategie per ottenere finalmente un risultato e finisce per ricreare la stessa scena?
Cambiano le persone.
Cambiano le circostanze.
Cambiano le spiegazioni.
Ma qualcosa ritorna.
È il punto in cui la ripetizione smette di essere soltanto un errore e diventa una domanda.
Che cosa sto ripetendo?
E, ancora più radicalmente:
che cosa della mia ripetizione non riesco ancora a leggere?
Dal comportamento al significato
Il rischio di una certa lettura del sintomo è cercare immediatamente di eliminarlo.
Ansia? Bisogna farla scomparire.
Ossessione? Bisogna interromperla.
Ripetizione? Bisogna correggerla.
Ma la psicoanalisi introduce un'altra possibilità: prima di eliminare una formazione, provare ad ascoltarla.
Il sintomo può essere considerato come una sorta di soluzione singolare che il soggetto ha costruito, spesso senza saperlo, per trattare qualcosa che non riusciva altrimenti a simbolizzare.
Questo non significa idealizzare la sofferenza.
Significa chiedersi quale funzione abbia.
Perché proprio quella forma?
Perché proprio quella ripetizione?
Perché proprio quel corpo?
Perché proprio quella relazione?
Perché proprio in quel momento?
Il sintomo parla, ma non necessariamente nel linguaggio della coscienza.
Il reale non è ciò che vediamo
Qui possiamo introdurre la prospettiva lacaniana.
Il reale non coincide semplicemente con ciò che chiamiamo realtà.
La realtà è già organizzata attraverso immagini e significanti: è il mondo nel quale ci orientiamo, riconosciamo gli oggetti, attribuiamo significati, costruiamo una storia.
Il reale, invece, è ciò che resiste alla completa simbolizzazione.
È ciò che non si lascia interamente mettere in parola.
Ed è proprio per questo che può ritornare.
Il sintomo può allora diventare uno dei luoghi nei quali il reale trova una modalità di presenza.
Non necessariamente una presenza comprensibile.
Una presenza che insiste.
Un cartone animato come dispositivo teorico
Coyote vs. Acme rende visibile, in forma giocosa, qualcosa che nella vita psichica è molto più difficile da riconoscere.
Il Coyote appartiene all'immaginario.
Il mondo nel quale si muove appartiene alla realtà cinematografica.
Il linguaggio del film permette ai due piani di incontrarsi.
Ma nessuno dei due viene completamente assorbito dall'altro.
È proprio questa differenza a rendere possibile la relazione.
Potremmo pensare il soggetto nello stesso modo.
Non siamo semplicemente ciò che immaginiamo di essere.
Non siamo semplicemente ciò che gli altri dicono di noi.
E non siamo nemmeno soltanto ciò che accade realmente al nostro corpo.
Siamo presi nel nodo tra queste dimensioni.
Immaginiamo noi stessi.
Ci raccontiamo attraverso parole.
Abitiamo un corpo che talvolta ci sorprende.
E incontriamo qualcosa che sfugge alle nostre rappresentazioni.
Dal Coyote al sogno
C'è infine un passaggio ancora più interessante.
Se il sintomo può essere letto, anche il sogno può essere ascoltato come una formazione nella quale differenti registri si incontrano.
Freud definiva il sogno la via regia verso l'inconscio.
Nel sogno l'immaginario non è semplicemente fantasia e il simbolico non è semplicemente spiegazione.
Le immagini oniriche condensano, spostano, trasformano.
Un'immagine apparentemente assurda può contenere una verità che il discorso cosciente non riesce ancora a formulare.
Il sogno non ci dice semplicemente che cosa siamo.
Ci mette davanti a qualcosa che ancora non sappiamo di sapere.
Per questo l'interpretazione non consiste nel sostituire un'immagine con un significato già pronto.
Consiste nell'ascoltare ciò che, attraverso quell'immagine, cerca di prendere parola.
Abitare la contraddizione
Forse è proprio questa la suggestione più interessante che possiamo ricavare da Coyote vs. Acme.
Il film non risolve la contraddizione tra reale e immaginario.
La mette in scena.
Un disegno può stare nel mondo reale senza diventare realtà.
E proprio perché rimane un disegno può continuare a produrre effetti reali.
Allo stesso modo, una fantasia non è necessariamente un fatto reale. Ma può determinare concretamente il modo in cui una persona ama, teme, desidera, sceglie, soffre.
Una parola può non essere un oggetto.
Eppure può ferire.
Un ricordo può non essere più presente.
Eppure può continuare a organizzare il presente.
Un sintomo può sembrare irrazionale.
Eppure può essere stato, per il soggetto, una risposta necessaria a qualcosa che non aveva trovato altra forma.
La questione allora non è soltanto:
Come faccio a liberarmi del sintomo?
Ma anche:
Che cosa sta cercando di fare per me il sintomo?
E ancora:
che cosa accade se invece di combatterlo comincio ad ascoltarlo?
Forse è qui che il cartone animato incontra davvero la psicoanalisi.
Il Coyote continua a correre dietro a qualcosa che non raggiunge mai.
Noi possiamo ridere della sua ostinazione.
Ma possiamo anche riconoscere, dietro quella corsa infinita, una domanda profondamente umana:
che cosa continuiamo a inseguire, proprio perché non sappiamo ancora che cosa stiamo cercando?
E forse il lavoro analitico comincia esattamente lì: non quando finalmente troviamo la risposta, ma quando diventiamo capaci di ascoltare la domanda che la nostra ripetizione non smette di porre.


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