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LUTHER: QUANDO LA LEGGE NON BASTA - Una lettura psicoanalitica di Luther: The Fallen Sun (film 2023). Dott. Maurizio Silvestri

27 set
Tempo di lettura: 7 min

Ci sono personaggi cinematografici che sembrano svolgere un mestiere.

E poi ci sono personaggi che sembrano abitare una domanda.

John Luther appartiene alla seconda categoria.

In Luther: The Fallen Sun, il detective interpretato da Idris Elba non è semplicemente un uomo incaricato di catturare un criminale. È un soggetto che sembra non riuscire a sottrarsi alla necessità di intervenire, di inseguire, di andare oltre il limite.

Anche quando la legge gli impone di fermarsi, Luther continua.

È proprio qui che il film diventa interessante per uno sguardo psicoanalitico.

Perché la domanda non è soltanto: riuscirà Luther a catturare il criminale?

La domanda più inquietante è:

che cosa spinge Luther a non potersi fermare?

Il detective e la legge

Luther è un rappresentante della legge.

Ma è anche colui che continuamente la oltrepassa.

Questa contraddizione costituisce uno dei nuclei fondamentali del personaggio.

Luther non è il poliziotto che applica semplicemente una regola. La sua posizione è più ambigua: quando ritiene che la legge non sia sufficiente a proteggere qualcuno, sente di dover intervenire personalmente.

In altre parole, non gli basta che la legge funzioni: deve essere lui a garantire che la giustizia accada.

Qui emerge una distinzione importante.

La legge simbolica non coincide con la giustizia ideale.

La legge introduce un limite, una mediazione, una distanza.

Luther invece tende continuamente a colmare quella distanza con la propria azione.

Dove la legge dice: "questo è il limite", Luther sembra rispondere:

"Non ancora."

E proprio questo "non ancora" lo spinge oltre.

La trasgressione come effetto della legge

C'è un paradosso profondamente psicoanalitico.

A volte la trasgressione non è il contrario della legge.

È prodotta dalla legge stessa.

Più il limite viene percepito come insufficiente, più forte può diventare il desiderio di oltrepassarlo.

Luther non trasgredisce perché non riconosce la legge.

Al contrario.

La trasgredisce proprio perché crede troppo intensamente nella necessità della giustizia.

Il suo problema non è l'assenza della legge.

È l'impossibilità di accettare che la legge sia necessariamente incompleta.

Questa è una posizione molto umana.

Vorremmo che esistesse una legge capace di garantire definitivamente il bene, di punire il male, di ristabilire ogni equilibrio.

Ma una simile legge non esiste.

La legge simbolica è strutturalmente incompleta.

E quando il soggetto pretende di colmare personalmente questa mancanza, può trasformarsi da rappresentante della legge in suo supplemento.

Luther diventa così la legge che si mette a camminare fuori dai propri confini.

Il criminale come doppio

David Robey, l'antagonista del film, rappresenta un altro elemento fondamentale.

È l'opposto di Luther.

Ma, proprio per questo, gli assomiglia.

Entrambi osservano gli altri.

Entrambi conoscono le loro vulnerabilità.

Entrambi costruiscono strategie.

Entrambi sono ossessionati dal controllo.

La differenza è nella direzione che prende il loro rapporto con l'altro.

Robey usa la conoscenza dell'altro per dominarlo.

Luther la usa per proteggerlo.

Ma il film introduce una domanda inquietante:

quanto possono essere vicini, strutturalmente, il persecutore e il persecutato?

Il detective deve entrare nella mente del criminale per poterlo fermare.

Deve comprenderne la logica.

Deve prevederne i movimenti.

Deve diventare, per certi aspetti, capace di pensare come lui.

Il nemico diventa così una sorta di doppio oscuro.

Per sconfiggere ciò che è fuori, Luther deve continuamente confrontarsi con qualcosa che potrebbe appartenere anche a lui.

Il male come specchio

La psicoanalisi ci ha insegnato a diffidare delle divisioni troppo semplici tra "buono" e "cattivo".

Non perché bene e male siano equivalenti.

Ma perché ciò che rimuoviamo può tornare sotto altre forme.

Luther può rappresentare proprio questa tensione.

La sua aggressività è indirizzata verso uno scopo che egli considera giusto.

Ma l'aggressività rimane.

La sua violenza è al servizio della giustizia.

Ma rimane violenza.

La sua ossessione è rivolta alla cattura del criminale.

Ma rimane ossessione.

Il film ci mette quindi davanti a una questione fondamentale:

quanto possiamo utilizzare una parte di noi stessi senza esserne contemporaneamente utilizzati?

L'ossessione e la ripetizione

Luther non riesce a fermarsi.

Questo è forse il tratto più psicoanaliticamente interessante del personaggio.

La sua attività non appare soltanto come una scelta razionale.

Ha qualcosa della coazione a ripetere.

C'è sempre un nuovo caso.

Un nuovo pericolo.

Un nuovo colpevole.

Una nuova persona da salvare.

E ogni volta Luther deve intervenire.

Il problema è che la ripetizione non coincide con il semplice comportamento ripetuto.

Nella prospettiva freudiana, ripetere significa spesso incontrare nuovamente qualcosa che non è stato elaborato.

Il soggetto ripete non semplicemente perché vuole ripetere.

Ripete perché qualcosa insiste.

La domanda allora diventa:

che cosa sta cercando Luther ogni volta che insegue qualcuno?

Il criminale?

La giustizia?

La redenzione?

Oppure una possibilità di riparare qualcosa che sente di aver fallito?

La colpa

Luther è attraversato dalla colpa.

E la colpa, in psicoanalisi, non è soltanto la conseguenza di aver commesso una colpa.

Può diventare una struttura.

Una posizione soggettiva.

Una modalità attraverso la quale il soggetto si lega all'Altro.

Luther sembra portare con sé la responsabilità per ciò che non è riuscito a impedire.

Ed è qui che la sua attività investigativa può assumere un significato ulteriore.

Ogni nuova vittima diventa qualcosa che deve essere salvato.

Ogni criminale catturato può diventare una temporanea sospensione della colpa.

Ma proprio per questo la missione non può finire.

Se il mondo continua a produrre vittime, Luther continuerà ad avere qualcosa da riparare.

La colpa diventa così una macchina che alimenta l'azione.

Quando la riparazione diventa una prigione

Questo punto merita particolare attenzione.

Luther vuole riparare.

Ma il desiderio di riparare può diventare una prigione.

Esiste una differenza tra:

"voglio fare qualcosa per l'altro"

e

"devo salvare l'altro perché altrimenti non posso stare bene con me stesso."

Nel secondo caso l'altro non è più completamente libero.

Diventa anche il luogo nel quale il soggetto cerca la propria redenzione.

È una dinamica che possiamo ritrovare, in forme meno drammatiche, nella vita quotidiana.

Chi deve continuamente risolvere i problemi degli altri.

Chi non riesce a dire di no.

Chi sente una responsabilità sproporzionata.

Chi si attribuisce la colpa per ciò che non dipende da lui.

Chi non riesce a fermarsi perché fermarsi significherebbe incontrare qualcosa di sé.

La cura dell'altro può allora trasformarsi, paradossalmente, in una forma di fuga da se stessi.

La prigione e la libertà

All'inizio del film Luther è in carcere.

Ma la questione interessante è che la sua vera prigione non coincide necessariamente con quella fisica.

Luther è prigioniero della propria necessità di intervenire.

Può uscire dal carcere.

Ma può uscire dalla propria missione?

Questa distinzione apre una questione profondamente analitica:

essere liberi significa poter fare ciò che vogliamo o poter interrompere ciò che siamo costretti a ripetere?

La libertà psichica non coincide con l'assenza di vincoli esterni.

Può consistere nella possibilità di introdurre una distanza tra il soggetto e la propria ripetizione.

Non fare sempre.

Non rispondere sempre.

Non intervenire sempre.

Non essere sempre colui che salva.

A volte la libertà comincia quando compare un intervallo.

Il controllo e la perdita del controllo

Robey rappresenta, in modo ancora più evidente, il fantasma del controllo assoluto.

Controllare le persone.

Controllare le informazioni.

Controllare le immagini.

Controllare la paura.

Controllare ciò che gli altri vedono.

La tecnologia diventa così un'estensione del potere.

Ma proprio qui il film introduce un elemento contemporaneo particolarmente interessante.

L'occhio dell'Altro non dorme mai.

Le persone possono essere osservate, registrate, ricattate.

L'intimità diventa materiale disponibile.

La soggettività viene trasformata in informazione.

E tuttavia più aumenta il controllo, più cresce l'angoscia.

Perché nessun sistema di controllo può eliminare completamente l'imprevisto.

Il reale ritorna sempre nel punto in cui il controllo fallisce.

Il voyeurismo e lo sguardo

Il film è attraversato dalla questione dello sguardo.

Guardare senza essere visti.

Essere osservati.

Essere esposti.

Essere trasformati in immagine.

Qui possiamo ricordare Lacan e la distinzione tra vedere ed essere visti.

Lo sguardo non coincide semplicemente con l'occhio.

Lo sguardo riguarda anche la posizione del soggetto rispetto all'Altro.

Che cosa accade quando scopriamo che qualcuno ci guarda?

E soprattutto:

che cosa accade quando non sappiamo più chi ci sta guardando?

La tecnologia contemporanea radicalizza questa inquietudine.

Telecamere, social network, registrazioni, immagini condivise.

Il soggetto può trasformarsi continuamente in oggetto dello sguardo dell'Altro.

Robey sfrutta proprio questa vulnerabilità.

Non deve necessariamente colpire il corpo.

Gli basta poter raggiungere l'immagine che l'altro ha di sé.

Il sintomo come punto di ritorno

A questo punto possiamo tornare al sintomo.

Il sintomo può essere inteso come qualcosa che ritorna là dove il soggetto non riesce a risolvere una contraddizione.

Luther vuole essere fedele alla legge, ma deve violarla.

Vuole salvare gli altri, ma finisce per esporsi continuamente al pericolo.

Vuole catturare il criminale, ma deve avvicinarsi alla sua logica.

Vuole proteggere, ma deve utilizzare la violenza.

Vuole fermare il male, ma non riesce a fermare se stesso.

Il sintomo nasce spesso proprio in uno spazio di questo genere:

una contraddizione che non trova una soluzione definitiva e che continua a ripresentarsi.

Non è semplicemente un errore da correggere.

È una formazione da interrogare.

La domanda al posto della risposta

Forse è questo che rende Luther: The Fallen Sun più interessante di un semplice thriller.

Il film non ci chiede soltanto chi vincerà.

Ci mette davanti a una domanda:

quanto di ciò che facciamo appartiene veramente alla nostra scelta e quanto risponde a qualcosa che ci abita e che ancora non sappiamo nominare?

Luther insegue il criminale.

Ma, simbolicamente, potrebbe anche essere costretto a inseguire qualcosa di sé.

Ogni volta che crede di aver trovato il colpevole, incontra nuovamente la propria responsabilità.

Ogni volta che cerca la giustizia, incontra il limite della legge.

Ogni volta che vuole salvare l'altro, incontra la propria impossibilità di salvarlo completamente.

Ed è forse proprio qui che il personaggio diventa umano.

Non quando è invincibile.

Ma quando scopriamo che anche il detective che conosce le regole, che sa leggere le tracce e che sembra capace di affrontare qualsiasi pericolo, non sa ancora leggere fino in fondo il proprio desiderio.

Oltre il colpevole

La psicoanalisi introduce una differenza fondamentale rispetto alla semplice ricerca del colpevole.

Non chiede soltanto:

"Chi è il responsabile?"

Chiede anche:

"Qual è la posizione del soggetto rispetto a ciò che gli accade?"

Non per attribuirgli una colpa.

Ma per restituirgli una possibilità di parola.

Il passaggio è enorme.

Dal bisogno di trovare qualcuno da catturare alla possibilità di interrogare ciò che si ripete.

Dal colpevole al sintomo.

Dal sintomo alla domanda.

E dalla domanda, forse, a una forma diversa di libertà.

Perché forse essere liberi non significa smettere di desiderare.

Significa poter riconoscere da dove viene ciò che ci muove.

Luther corre.

Corre dietro al criminale, dietro alla giustizia, dietro alla responsabilità.

Ma la domanda che il film lascia aperta è forse un'altra:

che cosa succederebbe se, per una volta, invece di continuare a correre, Luther potesse fermarsi ad ascoltare ciò che lo fa correre?

È in quel punto, forse, che il thriller incontra la psicoanalisi.

E il detective incontra il soggetto.

 
 
 

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