Ligabue: il caso-esempio del “simbolico per immagine”. Dott. Maurizio Silvestri
- Maurizio Silvestri

- 19 dic 2025
- Tempo di lettura: 4 min
1) Tesi clinica
Quando la parola non regge (per limiti neurocognitivi, per sofferenza psichica, per isolamento relazionale, o per deficit strutturali), l’immagine può diventare:
un contenitore per l’affetto (tenere insieme ciò che altrimenti “esplode”)
un ponte verso l’Altro (comunicazione senza grammatica)
una forma di simbolizzazione (non il simbolico “perfetto” della lingua, ma un simbolico minimo, incarnato)
Qui l’immagine non è “disegno”: è atto, è traccia, è messa-in-forma.
2) Ligabue: il caso-esempio del “simbolico per immagine”
Ligabue è clinicamente prezioso perché mostra un paradosso essenziale:
il linguaggio lo espone alla vergogna, al fallimento, all’umiliazione
l’immagine gli consente di dire (e perfino di “guardare negli occhi” l’Altro)
Gli animali nei suoi quadri funzionano come “interlocutori possibili”:
Freud direbbe: un modo di legare (Bindung) eccitazione e angoscia a una forma
Lacan direbbe: una costruzione di supporti dove il soggetto può “tenersi” quando il simbolico comune lo espelle
Ligabue, in breve, fa vedere che:
quando la parola non è casa, l’immagine può diventare casa provvisoria.
3) Freud: legamento, figurabilità, lavoro del sogno
Freud ci dà tre chiavi cliniche fortissime.
a) Il legamento (Bindung)
Il compito psichico di base non è “capire”, ma legare l’eccitazione.L’immagine può funzionare come legamento: trasforma un affetto “senza forma” in qualcosa che si può tenere, guardare, riprendere.
b) La figurabilità (Darstellbarkeit)
Nel lavoro del sogno, i pensieri devono diventare rappresentabili: passano per immagini, scene, condensazioni.Clinicamente: quando la frase manca, la psiche cerca comunque una scena. Il disegno, la foto, l’oggetto, la metafora visiva diventano la “via regia” alternativa.
c) Spostamento/condensazione
L’immagine consente una simbolizzazione economica: molto affetto in una forma.Per fragilità linguistiche (autismo, afasie, Alzheimer), questa economia è cruciale.
4) Lacan: immaginario, simbolico, reale (e “riparazioni”)
Lacan ci aiuta a non idealizzare l’immagine.
L’immagine appartiene all’immaginario: dà unità, forma, corpo.
Ma può anche essere trappola (fissazione, rigidità, stereotipie, “tutto si vede ma niente si dice”).
Clinicamente, però, l’immagine può diventare un ponte verso il simbolico:
se viene nominata
se entra in una sequenza
se viene agganciata a un ritmo dialogico (anche minimo)
In altre parole: l’immagine da sola è immaginario; l’immagine con un bordo (un nome, un gesto condiviso, un prima/dopo) comincia a fare simbolico.
E qui c’è una formula utile:
Terapia = dare bordo simbolico a ciò che nasce come immagine.
5) Applicazioni cliniche
A) Autismo: dall’immagine come regolazione all’immagine come relazione
Nell’autismo spesso il nodo è la comunicazione sociale e pragmatica, non “l’intelligenza” in sé.L’immagine può servire a:
regolare (ridurre ansia, prevedere, rendere il mondo leggibile)
agende visive, sequenze, mappe
condividere attenzione (joint attention)
guardiamo insieme una figura, poi un oggetto, poi di nuovo la figura
creare micro-simboli
scegliere un’immagine per dire “paura”, “basta”, “ancora”, “troppo”
Taglio lacaniano: attenzione a non restare nell’immaginario puro (catalogo di immagini senza Altro). Il lavoro clinico è far passare l’immagine in scambio: “me lo fai vedere?”, “me lo indichi?”, “lo scegli per dirmi cosa?”.
Ligabue qui è un emblema: non “disegna animali”, ma costruisce una lingua dove l’Altro può incontrarlo senza umiliarlo.
B) Alzheimer: preservare il simbolico minimo e l’identità narrativa
Nell’Alzheimer il linguaggio può degradarsi (anomie, parafasie, perdita del filo), e con esso rischia di degradarsi:
la continuità del Sé
la memoria autobiografica
la capacità di “tenere” il tempo (prima/dopo)
L’immagine (foto, oggetti, collage, “memory book”) può:
riattivare tracce autobiografiche
sostenere una narrazione guidata
offrire un “appiglio” quando la parola scivola
Taglio freudiano: non stiamo “informando” il paziente, stiamo legando affetto e ricordo in una forma maneggiabile.Taglio lacaniano: stiamo sostenendo il soggetto con significanti-àncora (nomi, luoghi, ruoli) attorno a cui l’immagine si organizza.
E soprattutto: l’immagine aiuta a non ridurre la persona a deficit. Consente ancora un “io” che mostra, sceglie, rifiuta, preferisce.
C) Fragilità del linguaggio (afasie, psicosi, trauma, inibizione grave)
Qui l’immagine può essere:
pre-verbale (prima della parola)
para-verbale (accanto alla parola)
post-verbale (quando la parola si è rotta)
Nel trauma, ad esempio, spesso c’è “troppo reale”: l’immagine può permettere una prima messa-in-forma senza forzare un racconto lineare.Nelle psicosi, l’immagine può anche essere invasiva: serve un lavoro di bordo e di ritmo, per non precipitare in un immaginario che inghiotte.
6) Una regola clinica semplice (molto operativa)
Quando lavori con immagine in fragilità del linguaggio, pensa a tre passaggi:
Scegliere (atto soggettivo minimo: “questa sì / questa no”)
Bordare (un nome, un gesto, un segno: anche solo “qui”)
Mettere in sequenza (prima/dopo, causa/effetto, o “storia di 3 immagini”)
Questo è già simbolico: non perfetto, ma sufficiente per riattivare legame e scambio.
7) Dove entra l’IA
L’IA può funzionare come Altro ausiliario che:
propone immagini/etichette
aiuta a costruire sequenze (“raccontami questa foto” con domande guidate)
sostiene caregiver e terapeuta con prompt strutturati
Ma con un avvertimento lacaniano: l’IA non deve sostituire l’Altro umano. Deve essere un supporto al legame, non un rimpiazzo del legame.
8) Chiusura “Ligabue”
Ligabue ci insegna clinicamente che:
quando la parola non può, il soggetto non scompare: cerca un’altra via per farsi incontrare.E spesso quella via è l’immagine — non come estetica, ma come sopravvivenza del simbolico.

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