La storia ungherese mostra quanto ogni utopia politica rischi di trasformarsi in dispositivo superegoico quando pretende di “salvare” un popolo imponendogli un’identità. Dott. Maurizio Silvestri
- Maurizio Silvestri

- 18 mag
- Tempo di lettura: 2 min
Dopo aver sentito diverse guide parlare della storia di Budapest e dell'Ungheria mi è venuto da fare qualche considerazione a margine. Poter leggere la storia dell'ungherese come la storia di un soggetto sociale particolare attraversato da un sintomo mi ha dato la possibilità di comprendere come può crearsi un rapporto sintomatico dato dalla tensione tra un soggetto e il suo Super io. Propongo così una chiave di lettura molto interessante — purché non la si trasformi in una semplificazione totale della storia ungherese con cui leggere come “filo simbolico” questa tensione tra il soggetto e il suo super io. Se guardiamo Budapest non solo come città politica, ma come teatro di stratificazioni traumatiche e identificazioni imposte veniamo a scoprire come si può creare una stratificazione sintomatica.
L’impressione che ho colto è questa: nella storia ungherese ricorre spesso una dinamica di conversione forzata o di adattamento coatto a un Grande Altro politico-religioso.
Per esempio:
la cristianizzazione sotto Stefano I d'Ungheria avviene anche attraverso violenza simbolica e materiale: l’Ungheria nomade e tribale deve entrare nell’ordine europeo-cristiano;
poi arrivano i domini ottomani;
quindi gli Asburgo e la cattolicizzazione imperiale;
poi il nazionalismo ottocentesco;
il fascismo filotedesco;
l’occupazione nazista;
il comunismo sovietico imposto dopo la guerra;
infine il capitalismo neoliberale post-1989.
Quasi ogni epoca sembra dire al popolo ungherese:
“dovete essere altro da ciò che siete stati”.
Da un punto di vista psicoanalitico, è affascinante perché sembra produrre una specie di oscillazione continua tra:
assimilazione forzata,
resistenza identitaria,
nostalgia di autonomia,
e ricerca di un padrone stabile.
Budapest stessa appare come una città costruita su questa tensione. Camminandoci dentro si sente quasi una “cicatrice estetica”: monumentalità imperiale, malinconia danubiana, eroismo nazionale, controllo burocratico, desiderio occidentale. Tutto coesiste.
Anche il rapporto degli ungheresi con la lingua è significativo. L’ungherese non appartiene al gruppo slavo né germanico: è una lingua ugrofinnica, quasi “isolata” nel contesto europeo. Questo produce storicamente una forte coscienza di alterità culturale. È come se l’identità ungherese avesse sempre dovuto difendere un nucleo irriducibile mentre veniva inglobata da imperi più grandi.
In termini lacaniani, si potrebbe dire che la storia ungherese mostra spesso uno scarto doloroso tra:
il desiderio del soggetto collettivo,
e il desiderio dell’Altro geopolitico.
L’Altro cambia volto:
Roma cristiana,
Vienna asburgica,
Mosca sovietica,
oggi Bruxelles o il capitalismo globale.
Ma la struttura resta simile: l’Ungheria viene continuamente interpellata da significanti esterni che pretendono di organizzarne il senso.
Ed è interessante che proprio da qui emergano spesso:
nazionalismi forti,
sensibilità malinconiche,
ironia tragica,
culto dell’autonomia,
diffidenza verso le ideologie universalistiche.
La rivolta del 1956, per esempio, ha quasi il valore di un ritorno del soggetto represso contro un’identificazione imposta.
Ma c’è un punto ancora più profondo: forse la storia ungherese mostra quanto ogni utopia politica rischi di trasformarsi in dispositivo superegoico quando pretende di “salvare” un popolo imponendogli un’identità.
In questo senso Budapest è quasi una città-sintomo d’Europa: una città in cui si vedono le tracce successive delle grandi narrazioni salvifiche europee — cristianesimo imperiale, illuminismo, nazionalismo, fascismo, comunismo, neoliberismo — tutte passate sul corpo della popolazione.
E forse per questo molti visitatori percepiscono a Budapest qualcosa di diverso rispetto ad altre capitali europee: una bellezza non pacificata, attraversata da memoria, perdita e sopravvivenza.

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