L'ultimo film di Spielberg l'ambivalenza e il perturbante. Dottor Maurizio Silvestri
- Maurizio Silvestri

- 10 ore fa
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Ieri sera ero davvero curioso di vedere il nuovo film di Spielberg e sono andato al cinema all'aperto di Quinto, un luogo che vi consiglio insieme all'arena di Sturla: guardare un film con il mare sullo sfondo è un'esperienza davvero speciale.
Mi sono così sentito di scrivere una cosina dopo aver visto il film ieri di Spielberg.. perché avevo una sensazione di tante cose che erano passate velocemente sullo schermo sentendo dentro di me una doppia sensazione che non riuscivo a focalizzare, era una sensazione di ambivalenza, una delusione ma anche qualcosa che mi era piaciuto ed una sensazione di qualcosa che non mi tornava in questa visione del film. Ma avevo bisogno di focalizzarle .. scrivere questo articolino è stato anche il modo di fermare i concetti di poter fare mente locale su quello che avevo visto e soprattutto sui collegamenti che mi sono venuti in mente successivamente al film.. scrivere È davvero una possibilità speciale, a mio parere è quella di poter fare una elaborazione e dunque l'occasione di fare un passo in più rispetto a quella ambivalenza che avevo provato rispetto a ciò ciò che avevo visto e colto solo a un livello superficiale, accedendo cosi ad un livello più profondo della mia coscienza ed interiorità..
Uscendo dalla proiezione ho così realizzato il desiderio di scrivere una breve lettura psicoanalitica del film che trovate qui: https://silvestrimaurizio6.wixsite.com/ilmiosito/post/l-alieno-siamo-noi-una-lettura-psicoanalitica-dell-ultimo-film-di-steven-spielberg-dottor-maurizio
, perché credo che il tema centrale sia di grande interesse: la paura di scoprire una verità capace di cambiare il destino delle persone.
Trovo affascinante come, negli ultimi film di fantascienza, il rapporto tra fantascienza e inconscio diventi sempre più intenso. Parlare dell'ignoto, di ciò che sfugge alla comprensione e che ci inquieta, è spesso più efficace attraverso la metafora che questo genere cinematografico offre.
Spielberg torna a interrogarsi sul tema dell'alterità, mostrando con grande sensibilità come ogni essere umano porti dentro di sé ferite, conflitti e traumi irrisolti. La forza del film sta proprio nell'essere, allo stesso tempo, un'opera coinvolgente e ricca di azione, ma anche un racconto capace di aprire interrogativi profondi sulla nostra vita psichica.
Il film esplora il confine sottile tra sé e l'altro, mostrando cosa accade quando una persona entra in contatto con la parte più nascosta e traumatica di sé e tenta di trasformarla attraverso una relazione autenticamente empatica. La paura non riguarda soltanto ciò che viene da fuori, ma anche ciò che abita dentro di noi: l'ignoto interiore, ciò che fatichiamo a riconoscere e ad accettare.
In questo senso, la verità appare come qualcosa che spesso rimane nascosto, sia nella vita dei singoli individui sia nelle dinamiche collettive, perché confrontarsi con essa significa attraversare ambivalenze, resistenze e paure profonde.
A mio avviso è un film ricchissimo di spunti psicologici e psicoanalitici. Per questo ho deciso di scrivere una breve recensione, con l'idea di stimolare una lettura dell'inconscio attraverso il cinema. Alcuni film di fantascienza, più di quanto si immagini, riescono a dare forma simbolica a vissuti profondi che appartengono a ciascuno di noi.
Buona lettura e, se deciderete di vederlo, buona visione. A me è piaciuto davvero molto.
Qualche riflessione sul sentimento di ambivalenza che mi ha lasciato il film
Ripensando al sentimento che ho provato appena uscito dalla sala, credo di aver capito meglio da dove nasceva la mia ambivalenza.
Da una parte c'era l'entusiasmo di chi spera di imbattersi in qualcosa di radicalmente nuovo. Un film sugli alieni porta inevitabilmente con sé l'attesa dell'ignoto, dell'alterità assoluta, della possibilità di incontrare una forma di intelligenza diversa dalla nostra. Mi aspettavo di vedere qualcosa che rompesse davvero gli schemi.
Dall'altra parte, però, ho provato una certa delusione. Mi sono accorto che, in fondo, sugli alieni il film non aggiunge quasi nulla a ciò che già conosciamo o immaginiamo. Tutto sembra già visto, già detto. Alla fine resta quasi la sensazione di non aver scoperto nulla di realmente nuovo.
Poi ho capito che probabilmente stavo cercando la novità nel posto sbagliato.
Il vero "alieno" del film non è ciò che arriva dallo spazio, ma ciò che dentro di noi rimane sconosciuto. Gli extraterrestri diventano soltanto il pretesto narrativo per raccontare un viaggio molto più profondo: quello nell'interiorità umana.
Accanto alla spettacolarità dell'azione cresce infatti un sentimento di amarezza nei confronti dell'essere umano. Il film mostra tutta la sua miseria morale, la facilità con cui la paura si trasforma in violenza, la tendenza al dominio, allo sfruttamento e al tradimento.
È qui che i due protagonisti assumono un valore simbolico. Essi sembrano rappresentare due funzioni fondamentali dell'essere umano.
L'uomo incarna la razionalità, il linguaggio matematico, la possibilità di comprendere una civiltà immensamente più evoluta sul piano scientifico.
La donna, invece, rappresenta la dimensione empatica. Non soltanto parla le lingue, ma sembra capace di entrare nell'interiorità delle persone, cogliendone i segreti, i traumi e gli irrisolti emotivi. La sua conoscenza non diventa mai uno strumento di potere, ma una possibilità di cura.
Entrambi diventano così dei tramiti.
Ed è forse proprio questa la scommessa dell'essere umano: smettere di essere semplicemente il tramite inconsapevole dei propri traumi e delle proprie rimozioni, per diventare invece il tramite della propria verità più profonda.
La loro trasformazione passa infatti attraverso una domanda essenziale: che cosa siamo diventati a causa del nostro trauma?
Solo affrontando questa domanda diventa possibile comprendere davvero sia ciò che è alieno sia ciò che è umano.
Da una parte troviamo la scienza, la matematica, la ragione, il linguaggio perfetto di una civiltà più avanzata. Dall'altra troviamo il mondo degli affetti, delle ferite, delle emozioni e dell'inconscio.
È significativo che proprio la società utilizzi la conoscenza aliena per costruire armi e strumenti di controllo, mentre i protagonisti cercano invece di comprenderla. Ancora una volta il problema non è la conoscenza, ma il modo in cui l'essere umano decide di utilizzarla.
A questo punto emerge il tema che, a mio avviso, costituisce il cuore del film: il segreto.
Il segreto degli alieni coincide simbolicamente con tutto ciò che resta nascosto.
È il segreto che una società tenta di occultare.
È il segreto che ogni individuo custodisce dentro di sé.
È ciò che, in termini psicoanalitici, rimane rimosso.
Tra coscienza e inconscio esiste proprio questa distanza: ciò che non sappiamo di noi stessi ci appare estraneo, e proprio perché estraneo ci spaventa.
Per questo la frase pronunciata dalla protagonista nella lingua aliena assume un valore quasi terapeutico:
"Non abbiate paura di ciò che non conoscete."
È una frase che vale tanto per gli extraterrestri quanto per il nostro mondo interiore.
La paura genera difese.
Ed è proprio attorno alle difese che ruota l'intero film.
Il mistero protegge l'esistenza degli alieni mantenendola nascosta dietro una normalità fatta di violenza e cinismo. Allo stesso modo, ogni individuo protegge i propri segreti attraverso maschere, razionalizzazioni e difese che finiscono spesso per trasformarsi in aggressività verso ciò che non comprende.
In fondo, molto spesso combattiamo negli altri proprio ciò che non vogliamo riconoscere in noi stessi.
Ed è qui che Spielberg, a mio avviso, compie la sua intuizione più interessante: ci mostra che la società funziona esattamente come l'apparato psichico di un individuo.
Ciò che viene rimosso non scompare.
Continua ad agire.
Produce paura.
Costruisce difese.
Genera violenza.
Lo svelamento della verità coincide allora con la caduta delle difese e con la possibilità di uscire finalmente dalla violenza dell'incomprensione.
Ho trovato molto significativo anche il finale. Per tutto il film gli alieni restano confinati in documenti, immagini, testimonianze e frammenti. Solo alla fine si mostrano davvero, e ciò che appare non è una presenza minacciosa, ma una presenza ferita, sofferente, segnata dai soprusi subiti proprio dall'umanità.
Non aggiungo altro per non togliere il piacere della scoperta.
Posso soltanto dire che, uscito dal cinema, ho capito che il film non parla tanto dell'incontro con gli alieni, quanto dell'incontro con quella parte di noi che continuiamo ostinatamente a considerare estranea.
Come spiegare il sentimento di ambivalenza legato allo sconosciuto: il perturbante.
Una delle chiavi di lettura più feconde del film, e del sentimento di ambivalenza che suscita si ottiene soprattutto se la si mette in dialogo con Il perturbante.
Freud sostiene che il perturbante (Unheimlich) non coincide con ciò che è semplicemente sconosciuto. Se fosse così, qualsiasi novità sarebbe perturbante. Al contrario, il perturbante nasce quando ciò che ci era familiare (heimlich, domestico, intimo) improvvisamente si presenta come estraneo, oppure quando ciò che credevamo estraneo si rivela intimamente vicino.
È il ritorno di qualcosa che era stato rimosso.
Questa idea permette, a mio avviso, di comprendere ancora meglio il rovesciamento operato dal film.
All'inizio lo spettatore si prepara a incontrare l'Altro assoluto: l'alieno. Tutta la nostra curiosità è rivolta verso ciò che viene dallo spazio. Pensiamo che sarà lui il grande enigma.
Ma, procedendo nella narrazione, accade qualcosa di profondamente freudiano.
L'alieno smette progressivamente di essere l'estraneo.
Diventa comprensibile.
Diventa persino familiare.
Alla fine non appare come il mostro che temevamo, ma come una creatura capace di soffrire, di custodire segreti, di essere vulnerabile.
Parallelamente avviene il movimento opposto.
Ciò che sembrava familiare — l'essere umano, la società, le istituzioni, perfino noi stessi — diventa improvvisamente inquietante.
La violenza, la paura, il desiderio di dominio, l'uso della conoscenza per distruggere anziché comprendere fanno emergere un volto dell'umanità che credevamo di conoscere ma che, improvvisamente, non riconosciamo più.
È qui che nasce il perturbante.
Non abbiamo paura dell'alieno.
Abbiamo paura dell'uomo.
Freud direbbe che il perturbante nasce perché l'estraneità non è più collocata fuori di noi, ma dentro di noi.
L'alieno funziona come uno specchio.
Più impariamo a conoscerlo, più diventa evidente ciò che ignoriamo di noi stessi.
Il vero "non conosciuto" non è l'extraterrestre.
È l'essere umano.
O, ancora più radicalmente, è quella parte inconscia dell'essere umano che continua a restare rimossa.
Per questo credo che il sentimento di ambivalenza che descrivo abbia una precisa spiegazione psicoanalitica.
All'inizio provo delusione perché il film sembra non offrire nulla di nuovo sugli alieni.
Poi comprendo che la novità non riguarda affatto gli extraterrestri.
Riguarda il rovesciamento dello sguardo.
Spielberg sembra dire: avete passato tutto il film a guardare nella direzione sbagliata.
L'enigma non è ciò che arriva dal cosmo.
L'enigma siete voi.
Questo ribaltamento produce il perturbante perché distrugge la rassicurante distinzione tra "noi" e "loro". L'altro non è più fuori, ma coincide con quella parte rimossa che abita ciascuno di noi. In termini freudiani, ciò che appariva unheimlich (estraneo) diventa heimlich (familiare), mentre ciò che ritenevamo più familiare — l'uomo e la sua civiltà — rivela il proprio volto inquietante.
Il film, allora, non mette in scena soltanto un primo contatto con una civiltà extraterrestre, ma un primo contatto con l'inconscio. E, come insegna Freud, non c'è esperienza più perturbante dell'incontro con ciò che ci appartiene da sempre ma che abbiamo ostinatamente tenuto lontano dalla coscienza. È proprio questo il paradosso del perturbante: non temiamo l'assolutamente sconosciuto; temiamo ciò che, essendo intimamente nostro, ritorna sotto le sembianze dell'Altro.

Disclosure Day è colmo di dinamiche che si prestano ad una lettura sacrificale:
1) crisi del sacro
2) contagio mimetico
3) capro espiatorio
4) rivalità
5) rivelazione che divide