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La pazza gioia (film del 2016) e la verità del trauma: quando conoscere sé stessi cambia il destino - Dott. M. Silvestri


Ieri ho rivisto La pazza gioia e, al di là della sua bellezza narrativa e visiva, mi ha colpito con forza la profondità psicoanalitica del percorso della protagonista madre–figlio.

Dietro la trama delicata e avvincente, il film mette in scena qualcosa di essenziale: la rimozione del trauma e il lento, faticoso accesso alla propria verità.


Potremmo riassumere il cuore del film così:


> Solo quando conosciamo la nostra verità più profonda possiamo prendere in mano la nostra vita e cambiare il nostro destino.




1. Il trauma rimosso: quando la storia non si può ricordare


La storia della mamma e del bambino è segnata da un evento traumatico: il gesto estremo, il tentativo di suicidio con il figlio.

Questo atto, insostenibile per il soggetto, viene rimosso: non è solo dimenticato, è espulso dalla coscienza. Freud direbbe che:


il trauma non “sparisce”,


ma continua ad agire nell’ombra, organizzando sintomi, angosce, condotte autodistruttive.



Nel film, questa rimozione si manifesta in una serie di deriva del senso: la protagonista appare “pazza”, instabile, pericolosa per sé e per gli altri, ma ciò che vediamo come follia è, in termini freudiani, il risultato di una verità che non può essere detta.


Il trauma è lì, ma non è ancora rappresentato.


2. La svolta: ricostruire la propria storia


Il punto di snodo del film è la ricostruzione della propria storia: la protagonista inizia, pezzo per pezzo, a rimettere insieme ciò che è accaduto.


I nodi essenziali di questa trasformazione sono:


Ricostruzione narrativa: dare parole a ciò che è successo (il trauma, il gesto suicidario, la separazione dal figlio).


Accesso alla verità rimossa: ciò che era espulso dalla coscienza torna, ma torna in una forma rappresentabile, dicibile.


Incontro con l’Altro: l’altro personaggio femminile, la comunità, l’équipe terapeutica, diventano gli specchi e i sostegni che permettono di tollerare questa verità.



Freud direbbe che qui vediamo all’opera il passaggio da una verità che agisce come ritorno del rimosso (nel sintomo) a una verità che può essere assunta come parte della propria storia.


3. Thanatos e la trasformazione del desiderio


Uno dei momenti più forti è la scena dell’acqua: quando lei si immerge con il figlio, ritorna – come flash – l’eco del suo gesto di suicidio.

È un punto decisivo: lì dove prima dominava Thanatos (la pulsione di morte, il desiderio di annullarsi portando con sé il bambino), ora si apre un’altra possibilità.


In quella scena, invece di ripetere il gesto, la protagonista:


ricorda,


riconosce ciò che ha fatto,


ma, in questo ricordo, trova una nuova posizione: non più “morire con lui”, bensì vivere per poterlo ritrovare.



È una rielaborazione psichica potentissima: Thanatos viene trasformato, non cancellato, ma riconfigurato dentro una nuova trama di senso e di responsabilità.

Da oggetto del proprio crollo, il figlio torna a essere Altro vivente, da rispettare e incontrare, non da trascinare nel nulla.


4. Identificazione e riconoscimento: “è mio figlio”


Un altro passaggio chiave è il riconoscimento del figlio: non solo sul piano giuridico o istituzionale, ma sul piano immaginario e simbolico.


Nel film emergono tratti di identificazione che sembrano piccoli dettagli, ma sono decisivi:


quel “noi sviluppiamo tardi”,


il tratto comune (la sabbia, il modo di giocare, di reagire, di sentire).



In chiave lacaniana, potremmo dire che qui agisce il tratto unario: quel piccolo segno singolare che permette al soggetto di riconoscersi e riconoscere l’Altro come “mio”.

Il figlio diventa così il luogo dove lei può vedere riflessa una parte di sé, non più nell’ottica distruttiva del “se non ci sei tu io non vivo”, ma nella prospettiva più matura del “posso lavorare su di me per poterti incontrare di nuovo”.


L’identificazione non è più fusione mortifera, ma riconoscimento differenziato.


5. Dalla colpa al legame: cambiare il proprio destino


Quando la protagonista accede alla propria verità – il trauma, il gesto, la responsabilità – accade qualcosa di tipicamente psicoanalitico:


la colpa non è più solo un peso che schiaccia,


diventa punto di appoggio per una trasformazione.



Lacan direbbe che, in qualche modo, lei passa dal subire un destino scritto dall’Altro (istituzioni, diagnosi, sintomi, etichette) al prendersi la responsabilità della propria scelta.

Non può cancellare il proprio passato, ma può:


inserirlo in una storia,


collocarlo in un discorso,


orientare da lì in avanti il proprio desiderio.



È qui che il film suggerisce, in filigrana, il suo messaggio più forte:

non cambiamo il destino negando ciò che è stato, ma attraversando la nostra verità, per quanto dolorosa, e facendone il punto di partenza di un nuovo modo di vivere.



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Conclusione: verità, trauma e possibilità


La pazza gioia, letto con Freud e Lacan, non è solo un film “sulle pazienti psichiatriche”, ma un racconto molto sottile su:


la rimozione del trauma,


l’accesso alla verità,


la possibilità di trasformare Thanatos in una spinta a vivere,


la nascita di un nuovo legame con sé stessi e con l’Altro (il figlio, la comunità).



In questo senso, il film ci ricorda che:


> Solo quando la verità rimossa trova parola e immagine, il soggetto può smettere di essere prigioniero del passato e iniziare a costruire il proprio futuro.

 
 
 

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