L'alieno siamo noi. Una lettura psicoanalitica dell'ultimo film di Steven Spielberg. Dottor Maurizio Silvestri
- Maurizio Silvestri

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Aggiornamento: 20 ore fa
Steven Spielberg torna ancora una volta a parlare di extraterrestri. Ma sarebbe un errore considerare il suo ultimo film semplicemente un'opera di fantascienza. Come già accadeva in Incontri ravvicinati del terzo tipo e in E.T., anche qui l'alieno non rappresenta tanto una creatura proveniente da un altro pianeta quanto una figura dell'alterità, qualcosa che mette radicalmente in crisi il nostro modo di concepire noi stessi.
Da questo punto di vista il film può essere letto come una grande metafora dell'inconscio.
L'alieno come ritorno del rimosso
Sigmund Freud affermava che il rimosso non scompare mai. Ciò che l'Io espelle dalla coscienza continua a esistere nell'inconscio e, prima o poi, ritorna sotto forme inattese: sintomi, sogni, angosce, lapsus.
L'umanità raccontata da Spielberg vive esattamente questa esperienza.
La scoperta dell'esistenza di un'intelligenza extraterrestre non costituisce soltanto un evento scientifico. È una frattura simbolica. Tutto ciò che sembrava certo improvvisamente vacilla. Le categorie attraverso cui interpretiamo il mondo non bastano più.
Accade lo stesso durante una psicoterapia. Il paziente arriva convinto di conoscere la propria storia. Poi emerge qualcosa che non aveva mai voluto sapere davvero. Non si tratta di acquisire nuove informazioni, ma di confrontarsi con una verità rimasta esclusa dalla coscienza.
L'alieno, allora, assume la funzione del rimosso che ritorna.
Il perturbante: quando il familiare diventa estraneo
Freud descrive il perturbante (Das Unheimliche) come quella particolare esperienza in cui qualcosa appare contemporaneamente familiare ed estraneo.
È esattamente ciò che produce il film.
Gli extraterrestri non sono soltanto "gli altri". Diventano uno specchio dell'umanità. Costringono l'uomo a osservare se stesso da una prospettiva radicalmente nuova.
La domanda non è più:
"Esistono gli alieni?"
La domanda diventa:
"Chi siamo noi?"
Ogni incontro con l'alterità diventa inevitabilmente un incontro con le parti sconosciute di noi stessi.
Lacan: il desiderio nasce dall'Altro
Jacques Lacan sosteneva che il soggetto si costituisce sempre nel rapporto con l'Altro.
Non sappiamo chi siamo se non attraverso uno sguardo esterno che ci restituisce un'immagine di noi.
Nel film questo Altro assume la forma dell'intelligenza extraterrestre.
Non è tanto importante ciò che gli alieni fanno.
È importante ciò che provocano.
La loro semplice presenza modifica completamente il nostro universo simbolico. Le istituzioni, la politica, la religione, la scienza e persino le relazioni quotidiane sono costrette a ridefinire il significato dell'essere umano.
In termini lacaniani cambia il posto del soggetto nel discorso.
La paura della verità
Uno degli aspetti più interessanti del film riguarda la paura.
Non è la paura dell'invasione.
È la paura della conoscenza.
Freud osservava che spesso il paziente resiste alla guarigione perché ogni verità mette in crisi gli equilibri costruiti dall'Io.
Anche l'umanità di Spielberg oppone resistenza.
La verità non libera immediatamente.
Prima destabilizza.
Ogni cambiamento autentico attraversa una fase di disorientamento.
L'inconscio come universo sconosciuto
Per oltre un secolo abbiamo immaginato gli extraterrestri come l'ignoto assoluto.
La psicoanalisi propone un'idea ancora più radicale.
L'ignoto più profondo non si trova nello spazio.
Si trova dentro ciascuno di noi.
L'inconscio è il vero pianeta inesplorato.
Le sue manifestazioni sono spesso imprevedibili, parlano un linguaggio simbolico e modificano continuamente la nostra vita senza che ne siamo pienamente consapevoli.
Da questo punto di vista, l'alieno diventa una perfetta metafora dell'inconscio.
Entrambi sono invisibili.
Entrambi producono effetti reali.
Entrambi sfuggono al controllo della coscienza.
Conclusione
Spielberg continua a utilizzare la fantascienza come strumento filosofico e psicologico.
Il suo ultimo film suggerisce che il vero viaggio non consiste nell'attraversare le galassie, ma nell'accettare l'esistenza di ciò che eccede la nostra immagine di noi stessi.
Forse il messaggio più profondo dell'opera è proprio questo: ogni volta che incontriamo l'Altro, incontriamo anche una parte sconosciuta di noi. E, come insegna la psicoanalisi, il compito più difficile non è scoprire mondi lontani, ma trovare il coraggio di esplorare il nostro universo interiore.

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