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Imparare ad amarsi - di Ornella Vanoni come dare la voce al cuore quando la mente lo vuole fare tacere.

Da pochi giorni è deceduta Ornella vanonissima ho pensato di poterla ricordare con una sua canzone ovvero imparare ad amarsi.


Qui di seguito trovate il testo di «Imparare ad amarsi» di Ornella Vanoni con Bungaro e Pacifico

Le parole della canzone di Ornella Vanoni con Bungaro e Pacifico in gara al Festival di Sanremo 2018


Testo:

Ornella Vanoni con Bungaro e Pacifico

Imparare ad amarsi

di Bungaro - C. Chiodo - Pacifico - Bungaro - C. Chiodo - A. Fresa

Ed. Music Union/Edizioni Curci/Nuove Arti/Onda Edizioni Musicali - Milano


Giorno per giorno

Senza sapere

Cosa mi aspetta

Non è in mio potere

Gioia e tristezza

Sempre davanti

Stanze vicine

Comunicanti

E in fondo sentire che niente finisce mai

È un tempo infinito il presente

Non passerà

Bisogna imparare ad amarsi in questa vita

Bisogna imparare a lasciarsi quando è finita

E vivere ogni istante fino all’ultima emozione

Così saremo vivi

Gabbia di ossa

Libero cuore

Hai preso dolcezza

Da ogni dolore

Conservo l’infanzia

La pratico ancora

La seduzione mi affascina sempre

E in fondo sentire che esisti felicità

Abbracciami ancora una volta

Mi basterà

Bisogna imparare ad amarsi in questa vita

Bisogna imparare a lasciarsi quando è finita

E vivere ogni istante fino all’ultima emozione

Così saremo vivi

Bisogna imparare ad amarsi bisogna imparare a lasciarsi

Bisogna imparare ad amarsi

A perdonarsi

Giorno per giorno

Senza sapere

Cosa mi aspetta

Ma voglio vedere



Ma cosa vuol dire questa canzone dal punto di vista del messaggio che veicola?


Potremmo leggerlo in questa maniera cercando di creare quel ponte tra il cuore e la mente che molte volte trova difficoltà ad aprirsi una via quando queste due parti di noi entrano in conflitto.



Usiamo una poesia per poter cogliere il significato profondo di questa canzone Nella prospettiva di conciliare la voce del cuore con la difficoltà della mente di accettare questa parte sentimentale.


Poesia:

«Fate una voce al cuore>

Di Maurizio Silvestri


Fate una voce al cuore.

Perché lui parla piano,

quasi si vergogna,

come se chiedere vita

fosse un peccato.


Da anni ci accompagna

senza farsi sentire,

accetta i nostri silenzi,

le nostre rinunce,

la paura di sentire troppo

o troppo poco.

Ma non si è mai arreso.


Il cuore conosce strade

che la mente dimentica,

ricorda emozioni

che non abbiamo avuto il coraggio di vivere,

sa il nome delle gioie

che abbiamo lasciato cadere.

E continua a bussare.

Di notte, nei momenti di quiete,

nell’istante in cui una canzone

ci attraversa come una verità antica.


E allora ascoltatelo.

Non per obbedire,

ma per riconoscere

che la coscienza nasce così:

dal momento in cui

non ignoriamo più ciò che sentiamo.

Dal coraggio di dire:

«questa emozione è mia»,

«questo dolore mi appartiene»,

«questa felicità la merito».


Fate una voce al cuore —

dategli spazio,

un nome,

una possibilità.

Perché la vita comincia davvero

solo quando smettiamo

di essere stranieri

al nostro stesso battito.


Metafora psicoanalitica: il ponte tra cuore e cervello


Il testo dice “fate una voce al cuore”, ma in psicoanalisi potremmo dire che il cuore è il luogo del desiderio non ancora pensato, mentre il cervello è il luogo in cui quel desiderio diventa parola, immagine, simbolo.


La psicoanalisi insegna che ciò che non ascoltiamo in noi non scompare:

rimane come affetto senza rappresentazione (Freud), come un’emozione muta che chiede voce.


E allora possiamo immaginare una metafora:


Il cuore è la sorgente, il cervello è il fiume.


Il cuore sente per primo, come una sorgente sotterranea che sgorga in profondità.

Il cervello, invece, dà forma a quel flusso: lo incanala, lo rende un fiume che può attraversare la nostra vita senza travolgerci.


Quando ignoriamo il cuore, la sorgente rimane sotto terra:

spinge, preme, erode — ed è così che nascono i sintomi.


Quando invece lo ascoltiamo, la mente gli costruisce un letto:

e ciò che prima era caos diventa pensiero, parola, coscienza.


In termini psicoanalitici:


il cuore è l’affetto, l’emozione grezza;


il cervello è la rappresentazione, il simbolo che permette al soggetto di riconoscersi;


il ponte tra i due è la coscienza, che nasce quando finalmente mettiamo in rapporto ciò che sentiamo con ciò che pensiamo.



E allora “fare una voce al cuore” significa proprio questo:

permettere all’emozione di diventare parola, far sì che l’affetto trovi la sua rappresentazione.


Solo così — direbbe Freud — diventiamo noi stessi.







 
 
 

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