Il godimento femminile e il dono d'amore nel film "Fammi il piacere" 2026 tratto da una storia vera. Dottor Maurizio Silvestri
C’è qualcosa di profondamente paradossale nel film Fammi il piacere. Una storia apparentemente leggera, persino buffa, costruita intorno alla scoperta tardiva di una donna: dopo vent’anni di matrimonio, confessa al marito di non aver mai conosciuto l’orgasmo.
Potrebbe sembrare l’inizio di una commedia sessuale. E lo è. Ma, sotto la superficie comica, il film mette in scena qualcosa di molto più radicale: il mistero del godimento dell’altro, la crisi del valore maschile, la vergogna, il rapporto tra amore e perdita e, soprattutto, l’impossibilità di possedere ciò che si vorrebbe donare.
L’uomo vuole fare alla donna il regalo che, secondo lui, le è mancato.
Ma il godimento dell’altro può essere regalato?
Il problema non è il sesso: è il rapporto tra i sessi
La grande forza del film è che, sotto la questione sessuale, mette in scena un problema molto più vasto: il rapporto tra un uomo e una donna.
Lacan ha condensato questa difficoltà nella celebre formula:
«Non c’è rapporto sessuale».
Non significa, naturalmente, che gli esseri umani non abbiano rapporti sessuali. Significa che non esiste una formula simbolica capace di far coincidere perfettamente i due sessi, due desideri, due forme di godimento.
L’uomo non sa davvero che cosa sia il godimento della donna. La donna non possiede necessariamente la risposta alla domanda dell’uomo su ciò che egli rappresenta per lei.
Tra i due resta una mancanza.
Ed è proprio questa mancanza che rende possibile l’amore.
Il sesso, l’innamoramento, il dono, il tradimento, la gelosia, la crisi: tutto può essere letto come un tentativo di costruire un ponte sopra una distanza che non può essere definitivamente eliminata.
Nel film quella distanza prende la forma di una confessione: per vent’anni la donna ha finto.
La finzione proteggeva l’uomo, ma proteggeva anche il rapporto.
E tuttavia, quando la verità irrompe, il matrimonio non finisce.
Paradossalmente, è proprio la caduta della finzione che rende possibile una nuova forma di incontro.
La ferita fallica dell’uomo
Per un uomo, soprattutto dentro la logica del godimento fallico, poter far godere una donna può diventare inconsciamente una misura del proprio valore.
Non è soltanto una questione erotica.
È una questione narcisistica.
«Sono abbastanza?»
«Valgo?»
«Sono l’uomo che credevo di essere?»
La confessione della donna ferisce precisamente questo punto.
L’uomo scopre che per vent’anni ha abitato una rappresentazione di sé che non corrispondeva alla realtà. La sua sicurezza fallica vacilla.
Ma questa crisi si incontra con un’altra crisi, ancora più profonda: quella di un uomo che aveva già perso il proprio valore, che si trovava in una condizione depressiva, nella quale il futuro sembrava essersi ristretto e il riconoscimento sociale e personale si era progressivamente svuotato.
La scoperta dell’orgasmo mancato della moglie non è allora soltanto un problema sessuale.
Diventa una possibilità.
Se non riesce più a ritrovare il proprio valore nel lavoro, nella ricchezza, nella posizione sociale, forse può ancora ritrovarlo facendo qualcosa per la donna che ama.
Ed ecco la grande ambiguità della sua invenzione.
Vuole dare alla donna ciò che non ha.
Ma proprio qui incontriamo una delle intuizioni più profonde di Lacan sull’amore:
amare è dare ciò che non si ha.
L’uomo non possiede il godimento della donna. Non può controllarlo. Non può produrlo a comando. Non sa neppure veramente che cosa sia.
E tuttavia cerca di costruire un oggetto che possa avvicinarlo a quel mistero.
La sua invenzione nasce dunque dall’impossibile.
Il mistero del godimento femminile
La distinzione tra orgasmo clitorideo e orgasmo vaginale non deve essere intesa, psicoanaliticamente, come una semplice classificazione anatomica.
Freud, nella sua teoria dello sviluppo della sessualità femminile, aveva posto il problema dello spostamento dalla centralità del clitoride alla vagina e della complessa trasformazione del rapporto della bambina con il proprio corpo, con il padre e con l’Altro.
La questione, tuttavia, non si lascia ridurre a una mappa del corpo.
Il punto è che il godimento femminile non coincide necessariamente con il modello fallico della prestazione.
Il godimento fallico è, per sua struttura, un godimento che può essere pensato come localizzabile, misurabile, rappresentabile. È un godimento che si lega all’avere, al potere, alla prestazione.
Il godimento femminile, nella lettura lacaniana, apre invece la possibilità di un godimento non tutto iscrivibile nella funzione fallica.
Un godimento che non si lascia interamente catturare dall’idea di: «io faccio questo e tu provi quello».
Ed è qui che il film diventa interessante.
L’uomo vuole trovare la chiave tecnica per un mistero che, per sua natura, eccede la tecnica.
La macchina può aiutare.
Ma non può esaurire il mistero del godimento.
L’oggetto inventato è quasi il tentativo di trasformare l’enigma dell’Altro in un problema risolvibile.
E tuttavia il godimento resta, almeno in parte, fuori dalla macchina.
La donna che ha finto per vent’anni
La finzione dell’orgasmo non è presentata semplicemente come un inganno.
È anche una forma di amore.
Una forma certamente problematica e dolorosa, perché la finzione protegge l’altro al prezzo della propria verità. Ma proprio per questo profondamente umana.
La donna non finge necessariamente per manipolare.
Finge perché non vuole ferire.
Non vuole togliere valore all’uomo.
Non vuole trasformare il proprio mancato godimento in un giudizio sulla virilità del compagno.
Per vent’anni protegge il suo amore proteggendo l’immagine dell’uomo.
Ma il prezzo di questa protezione è alto: l’assenza di parola.
La coppia vive dentro un accordo inconsapevole.
Lui crede di sapere.
Lei fa finta che lui sappia.
La crisi comincia quando il sapere cade.
E forse, proprio allora, può cominciare un rapporto più vero.
Il dono d’amore e il dono impossibile
La cosa più commovente dell’invenzione dell’uomo è che essa nasce da un gesto d’amore.
Non nasce, almeno all’origine, dal desiderio di diventare ricco.
Non nasce dal desiderio di dominare un mercato.
Nasce dal tentativo di dare alla donna qualcosa.
E tuttavia qui incontriamo un paradosso fondamentale: si può davvero dare all’altro il suo godimento?
La risposta psicoanalitica è, probabilmente, no.
Il godimento dell’altro non è un oggetto che si possiede e che si consegna.
Ed è proprio per questo che l’amore è necessario.
Se l’altro avesse semplicemente bisogno di un oggetto che io possiedo, basterebbe uno scambio.
Ma l’amore comincia dove lo scambio non basta.
Amare è offrire qualcosa senza possederne la garanzia.
L’uomo costruisce l’oggetto, ma non può garantire il godimento.
Può solo offrirlo.
Ed è in questo gesto che la sua invenzione diventa, al di là del suo successo commerciale, un vero dono d’amore.
La ripetizione del fallimento
Ma la storia non procede in linea retta.
Quando l’uomo possiede finalmente qualcosa di prezioso, va incontro a una nuova perdita.
Qui il film mette in scena un meccanismo che possiamo leggere attraverso la ripetizione.
L’uomo torna verso colui che lo aveva già ingannato.
Verso l’uomo che lo aveva già privato di tutto.
È come se, anche quando finalmente possiede un oggetto capace di restituirgli valore, non riuscisse a sottrarsi alla scena antica della spoliazione.
Freud ha mostrato come il soggetto non si limiti a ricordare ciò che lo ha ferito.
Molto spesso lo ripete.
Non perché desideri coscientemente soffrire, ma perché la ripetizione rappresenta il tentativo, continuamente fallito, di trasformare una scena passiva in una scena dominabile.
Tornare da chi lo aveva già ingannato significa forse, inconsciamente, tentare di far finire diversamente la storia.
Ma la storia si ripete.
E l’uomo perde ancora.
La perdita della casa, del denaro, della vita costruita
La perdita non è soltanto economica.
Quando perde la casa, perde un mondo.
Perde la forma concreta della propria vita.
Perde ciò che aveva costruito.
Perde le garanzie materiali della propria identità.
È il tramonto di un’esistenza.
Ma il film introduce qui un passaggio sorprendente: l’uomo che aveva cercato di ritrovare il proprio valore attraverso il successo e il riconoscimento sociale lo ritrova proprio nel momento in cui sembra avere perso tutto.
La perdita diventa una soglia.
Non perché perdere sia bello.
Non lo è.
Ma perché, quando le identificazioni cadono, può emergere una domanda più essenziale:
Chi sono io, se non possiedo più ciò che mi definiva?
Ed è qui che la donna interviene.
Quando la donna rende pubblico il segreto
La donna supera la vergogna.
Accetta di rendere pubblica l’invenzione.
E, facendolo, restituisce all’uomo il riconoscimento.
Questo passaggio è straordinario.
All’inizio l’uomo voleva dare alla donna ciò che lei non aveva.
Alla fine è la donna che restituisce all’uomo qualcosa che egli aveva perduto: il suo valore.
Ma non glielo restituisce semplicemente lodandolo.
Lo fa rendendo visibile ciò che lui aveva creato per lei.
È come se il dono tornasse indietro.
Lui aveva cercato di offrirle un oggetto capace di avvicinarla al proprio godimento.
Lei gli restituisce un nome.
Un posto.
Un riconoscimento.
La circolarità dell’amore è qui molto bella: nessuno possiede ciò che serve definitivamente all’altro, eppure ciascuno può diventare, per l’altro, il luogo attraverso il quale qualcosa di perduto torna ad avere un senso.
Il rovesciamento generazionale
Anche il rapporto con la figlia è significativo.
In una certa misura, è lei a guardare i genitori, a conoscerli e a giudicarli.
I ruoli sembrano rovesciarsi.
Sono i genitori a cercare, attraverso la trasgressione, un nuovo accesso al piacere e al desiderio.
Ma la trasgressione, in questo caso, non è semplicemente la ricerca di qualcosa di proibito.
È il tentativo di uscire da un’identità irrigidita.
Per vent’anni sono stati marito e moglie.
Forse ora devono tornare a essere uomo e donna.
Questo passaggio è fondamentale.
Le coppie non muoiono necessariamente perché finisce l’amore.
Talvolta si spengono perché l’amore diventa soltanto un insieme di ruoli.
Marito.
Moglie.
Padre.
Madre.
Famiglia.
Responsabilità.
Il desiderio, invece, ha bisogno di un certo margine di ignoto.
La coppia del film deve in qualche modo perdere la propria immagine rispettabile per ritrovare il piacere di sorprendersi.
La trasgressione diventa allora un ritorno non alla giovinezza, ma alla possibilità di essere ancora desideranti.
La vergogna, il tabù e il comico
Il film è una commedia e non bisogna dimenticarlo.
Buffet imbarazzanti, situazioni assurde, discorsi che non si possono pronunciare, sessualità che irrompe nello spazio pubblico: il comico nasce proprio dalla collisione tra ciò che è socialmente proibito e ciò che appartiene alla vita.
Ridiamo perché qualcosa che dovrebbe restare nascosto viene mostrato.
Ridiamo perché la sessualità entra nei luoghi dove normalmente dovrebbe tacere.
La vergogna è una grande produttrice di comicità.
Ma è anche un confine.
Ciò di cui non possiamo parlare tende a organizzare la nostra vita da dietro le quinte.
Il film fa quindi una cosa importante: attraverso il comico, permette di parlare.
L’osceno diventa dicibile.
Il tabù diventa racconto.
E il racconto può trasformare la vergogna.
Il vero oggetto d’amore
Alla fine, forse, il vero oggetto del film non è l’oggetto inventato.
Il vero oggetto è l’amore stesso.
Un amore che attraversa la menzogna.
La crisi.
La perdita.
La vergogna.
Il fallimento.
Un amore nel quale ciascuno incontra il limite dell’altro.
L’uomo scopre di non possedere il godimento della donna.
La donna scopre che non può proteggere per sempre l’uomo attraverso la finzione.
Entrambi devono rinunciare a qualcosa.
E proprio questa rinuncia rende possibile un nuovo incontro.
Lacan ci ha lasciato una formula apparentemente semplice e inesauribile:
L’amore è dare ciò che non si ha a qualcuno che non lo vuole.
La frase può sembrare cinica, ma in realtà contiene tutta la fragilità dell’amore.
Non amiamo perché possediamo ciò che manca all’altro.
Amiamo perché l’altro ci manca.
E proviamo a rispondere a quella mancanza offrendo qualcosa che non possiamo mai completamente garantire.
Il dono dell’uomo alla donna nasce da questo impossibile.
La donna gli restituisce il riconoscimento.
Lui perde tutto e ritrova qualcosa.
E alla fine scopre che ciò che aveva cercato di costruire per la donna gli ha restituito una parte di sé.
Forse è questo il punto più profondo della storia:
l’uomo voleva dare alla donna ciò che le mancava, ma non poteva sapere che, nel cercare il suo godimento, avrebbe ritrovato il proprio desiderio di vivere.
L’amore non colma la mancanza.
La rende abitabile.
E forse non esiste dono d’amore più grande di questo.
Una breve nota per chi volesse approfondire
Per entrare nel retroterra teorico di queste questioni, alcuni testi restano fondamentali:
Sigmund Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale;
Sigmund Freud, Il problema economico del masochismo e Al di là del principio di piacere, per il tema della ripetizione;
Jacques Lacan, Il Seminario, Libro XX. Ancora, per il tema del godimento femminile e del «non c’è rapporto sessuale»;
Jacques Lacan, Il Seminario, Libro VIII. Il transfert, per la questione dell’amore e del dono.
Il film ci ricorda, con la leggerezza della commedia, una cosa che la psicoanalisi sa da tempo: l’altro non è mai completamente nostro, il suo godimento non ci appartiene, eppure continuiamo ad amarlo proprio attraverso ciò che non possiamo possedere.


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