Django Reinhardt: la ferita come soglia simbolica tra Archetipo, sublimazione e nascita di un nuovo rapporto con l'Altro. Dott. Maurizio Silvestri
La storia di Django Reinhardt può essere letta come una straordinaria metafora del processo attraverso il quale una ferita può modificare il rapporto dell'individuo con se stesso, con il proprio corpo e con il mondo.
Non perché la ferita abbia in sé qualcosa di creativo.
E nemmeno perché ogni sofferenza debba necessariamente trasformarsi in un'opera.
La ferita, innanzitutto, è una frattura.
Interrompe una continuità, mette in crisi un'identità, modifica il rapporto con il corpo e introduce un limite là dove prima sembrava esserci una possibilità acquisita.
Ma proprio quando una forma precedente dell'esistenza non è più praticabile, può aprirsi la necessità di costruirne una nuova.
La vicenda di Django Reinhardt permette di osservare questo passaggio in modo particolarmente evidente: la ferita del corpo diventa l'occasione per una riorganizzazione del gesto, il gesto produce una nuova tecnica, la tecnica diventa stile e lo stile diventa un nuovo modo di entrare nel mondo della musica.
È un processo che possiamo leggere attraverso Jung, Freud e Lacan, mantenendo però le differenze tra i loro pensieri.
La ferita come ingresso nell'Ombra
In una prospettiva junghiana, l'individuo tende inizialmente a costruire un'immagine relativamente coerente di sé.
È ciò che Jung collega alla Persona: il modo attraverso il quale ci presentiamo al mondo e attraverso il quale riconosciamo una certa continuità della nostra identità.
Prima dell'incendio, Django è il giovane musicista che conosce il proprio strumento e possiede determinate capacità.
La sua immagine di sé è legata anche al poter fare.
Poi arriva la ferita.
E ciò che prima apparteneva alla normalità del proprio corpo diventa improvvisamente estraneo.
Il corpo introduce qualcosa che l'Io non aveva previsto.
In termini simbolici, potremmo dire che emerge una dimensione dell'Ombra: ciò che non coincide più con l'immagine che il soggetto aveva costruito di sé.
La ferita rappresenta ciò che non può essere semplicemente integrato nella vecchia immagine.
E proprio per questo chiede di essere elaborato.
L'Ombra, in Jung, non è semplicemente il male o ciò che è negativo.
È anche ciò che l'Io non riconosce ancora come parte della propria totalità.
Django si trova dunque davanti a un compito simbolico:
come integrare nella propria identità qualcosa che ha radicalmente modificato il proprio corpo e le proprie possibilità?
Dalla ferita all'integrazione
L'integrazione non significa eliminare la differenza.
Non significa fare finta che la mano sia tornata quella di prima.
Significa riconoscere la nuova realtà e permettere che essa entri nella costruzione dell'identità.
Questo è un passaggio fondamentale.
La ferita può essere vissuta come un elemento che dice:
"Non sono più quello di prima."
Ma può progressivamente diventare:
"Sono ancora io, ma il mio modo di essere nel mondo è cambiato."
Qui il concetto junghiano di individuazione diventa particolarmente interessante.
L'individuazione non è la costruzione di un Io perfetto.
È un processo attraverso il quale aspetti differenti, contraddittori e talvolta dolorosi della personalità possono trovare una relazione più complessa all'interno di una totalità.
La ferita entra così nella biografia non più soltanto come incidente.
Diventa parte della storia attraverso la quale il soggetto costruisce una nuova forma di sé.
Il limite che costringe a inventare
Django non può più utilizzare la mano come prima.
Ed è qui che avviene il passaggio decisivo.
Non cerca soltanto di recuperare la tecnica precedente.
Deve inventare.
Il limite del corpo modifica il gesto.
Il gesto modificato modifica la tecnica.
La tecnica modificata produce nuove possibilità musicali.
E quelle possibilità contribuiscono alla costruzione di uno stile.
Potremmo rappresentare il processo così:
ferita → limite → adattamento → invenzione → simbolizzazione → stile.
La cosa importante è che il processo non rimane sul piano puramente fisico.
La nuova tecnica diventa un significante.
La mano ferita non è più soltanto una parte del corpo che "non funziona".
Entra nel linguaggio della musica.
E qui si apre un passaggio particolarmente interessante per una lettura lacaniana.
Quando la ferita entra nel significante
Per Lacan, il soggetto umano è preso nella rete dei significanti.
Non siamo soltanto ciò che il corpo biologicamente è.
Siamo anche ciò che possiamo significare attraverso il linguaggio, attraverso le relazioni, attraverso le immagini e attraverso le forme simboliche che costruiscono la nostra esperienza.
La ferita, inizialmente, può essere un evento reale che interrompe la continuità dell'esistenza.
Ma ciò che accade successivamente è decisivo:
la ferita può essere inscritta in una catena simbolica.
Nel caso di Django:
mano → limite → chitarra → gesto → musica → stile.
La parola "musica" cambia allora il proprio significato.
Non indica più soltanto ciò che Django faceva prima dell'incidente.
Diventa il significante attraverso il quale egli può nuovamente collocarsi nel mondo.
La musica permette alla ferita di entrare in una forma simbolica condivisibile.
Ed è proprio questo passaggio che impedisce alla ferita di diventare l'unico significante del soggetto.
Django non è più soltanto colui che ha una mano lesionata.
È colui che suona.
E non semplicemente come prima.
Suona in un modo nuovo.
La sublimazione: trasformare senza cancellare
Qui possiamo introdurre Freud.
La sublimazione non deve essere intesa come una semplice trasformazione della sofferenza in qualcosa di bello.
È piuttosto una modalità attraverso la quale l'energia pulsionale può trovare una via di espressione e di elaborazione attraverso attività culturalmente e simbolicamente significative.
La vicenda di Django non autorizza naturalmente una diagnosi retrospettiva.
Non possiamo affermare che la sua musica fosse "la sublimazione della sua ferita".
Possiamo però utilizzare la sua storia come figura per comprendere un processo più generale:
qualcosa che non può più essere agito nella forma precedente cerca una nuova via di rappresentazione e di espressione.
Il desiderio di suonare rimane.
La modalità di soddisfarlo deve cambiare.
La sublimazione può allora essere pensata come uno dei nomi possibili di questo passaggio:
non eliminare l'impossibile, ma trovare una forma attraverso cui continuare a desiderare.
L'archetipo del Ferito
Qui Jung ci offre un'altra immagine potente: quella del Ferito.
Il ferito è colui che incontra il limite della propria potenza e scopre una dimensione della propria esistenza che non può dominare.
Ma il Ferito può diventare anche colui che, proprio perché ha incontrato il limite, sviluppa una relazione diversa con la propria vulnerabilità.
Non si tratta di idealizzare la ferita.
Il simbolo non dice:
"Essere feriti è positivo."
Dice qualcosa di più complesso:
"Ciò che ti ha ferito può entrare nel processo attraverso il quale costruisci il significato della tua esistenza."
La ferita può diventare quindi una soglia archetipica.
Da una parte c'è il vecchio modo di essere.
Dall'altra non c'è ancora una nuova forma.
In mezzo c'è il passaggio.
È il territorio della trasformazione.
La rivoluzione del rapporto con l'Altro
Ed è forse qui che la storia di Django diventa ancora più interessante.
La trasformazione non riguarda soltanto il rapporto con se stesso.
Riguarda il rapporto con l'Altro.
Django non si limita a trovare un modo personale per continuare a suonare.
Entra nel mondo musicale con una voce differente.
Insieme a Stéphane Grappelli e al Quintette du Hot Club de France contribuisce alla nascita di una forma originale di jazz europeo, il jazz manouche.
La sua differenza corporea viene così accompagnata da una differenza stilistica.
Il soggetto che non può più essere esattamente quello di prima trova un modo nuovo di essere riconosciuto dall'Altro.
Questo è un passaggio psicologicamente fondamentale.
La domanda implicita non è più:
"Posso ancora essere quello che ero?"
Diventa:
"Posso essere riconosciuto per ciò che sono diventato?"
La risposta non viene soltanto dall'interno.
Arriva anche dall'Altro.
Il pubblico ascolta.
Gli altri musicisti ascoltano.
La cultura musicale accoglie quella nuova forma.
Il nuovo stile diventa condivisibile.
La differenza individuale diventa significante collettivo.
Dal deficit alla firma
Questo potrebbe essere il punto simbolico più forte dell'intera vicenda.
Il deficit appartiene al registro del:
"mi manca qualcosa."
La firma appartiene al registro del:
"questo è il mio modo di esserci."
Tra i due c'è un processo.
La ferita non scompare.
Ma smette progressivamente di essere soltanto ciò che manca.
Diventa una delle condizioni attraverso le quali il soggetto produce una forma singolare.
La differenza diventa stile.
E lo stile è sempre, in qualche modo, una forma di relazione con l'Altro.
Perché uno stile esiste soltanto quando può essere riconosciuto, ascoltato, interpretato, trasmesso.
Il significante "musica" come nuova identità simbolica
Possiamo allora seguire l'intero percorso attraverso una serie di trasformazioni:
ferita → corpo modificato → limite → perdita dell'identificazione precedente → desiderio → invenzione → musica → stile → riconoscimento.
La parola "musica" diventa progressivamente qualcosa di più di un'attività.
Diventa un luogo simbolico.
Un luogo nel quale Django può nuovamente collocarsi.
Non è più necessario che la sua identità sia fondata sulla perfetta funzionalità del corpo.
La sua identità può essere costruita attorno a ciò che egli riesce a produrre attraverso quel corpo trasformato.
È una differenza enorme.
Il soggetto non coincide con la propria mancanza.
Il soggetto è anche ciò che riesce a fare con la mancanza.
La ferita come origine, non come destino
La storia di Django non autorizza una conclusione semplicistica.
Non tutte le ferite diventano arte.
Non tutte le perdite producono creatività.
Non tutto può essere trasformato.
E sarebbe profondamente ingiusto chiedere a chi soffre di "fare qualcosa di bello" della propria sofferenza.
Il punto è un altro.
Quando esiste uno spazio psichico nel quale il limite può essere simbolizzato, il soggetto può talvolta costruire una nuova relazione con ciò che gli è accaduto.
Jung parlerebbe di integrazione.
Freud ci permette di pensare la sublimazione.
Lacan ci permette di interrogare il rapporto fra mancanza, desiderio, significante e Altro.
Django ci offre una figura concreta nella quale queste prospettive possono incontrarsi senza diventare la stessa teoria.
Una ferita può cambiare il linguaggio con cui parliamo al mondo
Forse è questa la domanda che la vicenda di Django lascia alla psicologia:
che cosa accade quando ciò che ci ferisce modifica il linguaggio attraverso il quale entriamo in relazione con il mondo?
Django non ha semplicemente imparato a suonare con una mano diversa.
Ha trasformato il proprio modo di abitare la musica.
E attraverso la musica ha trasformato il proprio rapporto con l'Altro.
La ferita ha introdotto una differenza.
La differenza ha richiesto un'invenzione.
L'invenzione ha prodotto uno stile.
Lo stile ha trovato un pubblico.
E ciò che inizialmente appariva come una perdita è entrato in una nuova rete di significati.
Non è la ferita ad aver creato il musicista.
È il soggetto che, incontrando una condizione che non aveva scelto, ha cercato una forma possibile per continuare a desiderare.
Forse è proprio qui che possiamo collocare una delle dimensioni più profonde della trasformazione psichica:
non diventare integri cancellando la ferita, ma diventare capaci di darle un posto nella propria storia senza permettere che essa diventi tutta la storia.
Django Reinhardt ci lascia allora un'immagine potente.
Una mano ferita.
Una chitarra.
Un nuovo gesto.
E un nuovo modo di parlare al mondo.
La ferita non viene cancellata.
Viene trasformata in significante.
E il significante, quando incontra il desiderio, può diventare musica.


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