BACK TO BLACK (il film 2024) - Amy Winehouse, il dolore, l'amore e la trasformazione della sofferenza in musica. Dott. Maurizio Silvestri
Ci sono artisti dei quali conosciamo prima la fine che l'opera.
Amy Winehouse è diventata, suo malgrado, una di queste figure. La sua voce, i suoi capelli, il trucco, il corpo esposto ai fotografi, le dipendenze, la relazione tormentata con Blake Fielder-Civil, la morte prematura: tutto sembra essersi sovrapposto alla cantante fino a rendere difficile distinguere la persona dal personaggio, l'artista dal mito, la sofferenza dalla sua rappresentazione pubblica.
Back to Black, il film del 2024 diretto da Sam Taylor-Johnson e interpretato da Marisa Abela, prova a tornare dentro questa storia. Non racconta semplicemente la parabola di una cantante diventata famosa e poi distrutta dalla dipendenza. Il film dichiara di voler raccontare Amy «attraverso gli occhi di Amy», partendo dalla sua vita a Camden, dalla musica e dalla relazione amorosa che attraversa il cuore dell'album Back to Black.
Ed è proprio qui che il film può diventare interessante anche per chi guarda alla vicenda da una prospettiva psicologica.
Prima della caduta c'era una voce
Prima di diventare un'icona tragica, Amy Winehouse era soprattutto una musicista.
Una giovane donna con una voce straordinariamente riconoscibile, profondamente influenzata dal jazz, dal soul e dall'R&B, capace di trasformare esperienze personali in canzoni.
Il rischio, quando si racconta una persona come Amy, è quello di costruire retroattivamente una spiegazione:
era fragile, quindi è caduta;soffriva, quindi ha cercato le sostanze;amava troppo, quindi si è distrutta.
Ma una spiegazione di questo tipo rischia di impoverire la complessità della persona.
La vita psichica non procede necessariamente secondo una semplice catena causa-effetto.
Una sofferenza può diventare sintomo, ma può anche diventare racconto, arte, relazione, ironia, stile.
E nel caso di Amy c'è qualcosa di particolarmente evidente: la sua esperienza diventava parola.
Il dolore non rimaneva soltanto dolore. Entrava nella canzone.
"Rehab": il sintomo che parla
Uno dei punti di ingresso più potenti nella sua vicenda è Rehab.
La canzone è apparentemente semplice, ironica, quasi provocatoria.
«No, no, no.»
La ripetizione sembra trasformare un rifiuto in un'identità.
Ma proprio qui emerge una questione psicologica interessante.
Che cosa significa quando un soggetto dice no a ciò che gli altri considerano necessario per salvarlo?
Non è sufficiente interpretarlo come semplice ostinazione.
Quel "no" può contenere contemporaneamente rifiuto, difesa, paura, orgoglio, desiderio di autonomia e forse anche il tentativo disperato di conservare un'immagine di sé.
Amy trasforma persino il conflitto con la cura in una canzone.
E qui avviene qualcosa di fondamentale:
il sintomo diventa linguaggio.
La dipendenza non viene semplicemente raccontata dall'esterno. È il soggetto stesso che la mette in scena, la ironizza, la canta e la consegna agli altri.
La canzone non cancella il problema.
Ma gli dà una forma.
Il corpo tra persona e personaggio
Il film mostra anche qualcosa che oggi possiamo osservare con maggiore distanza: la trasformazione progressiva di una persona in immagine pubblica.
Amy diventa rapidamente riconoscibile.
La pettinatura.
L'eyeliner.
I tatuaggi.
Il corpo.
La voce.
La fragilità esibita davanti alle telecamere.
La stampa trasforma ogni elemento della sua vita in spettacolo.
Ed è qui che compare una domanda che va oltre Amy:
quanto di una persona rimane suo quando il mondo comincia a consumare la sua immagine?
Il personaggio pubblico può diventare una sorta di seconda pelle.
Da una parte protegge.
Dall'altra imprigiona.
L'artista deve continuare a essere "Amy Winehouse" anche quando è semplicemente Amy.
E forse questa è una delle tensioni più interessanti del film: la distanza tra la persona che vive e il personaggio che gli altri vogliono vedere.
L'amore come luogo di riconoscimento
Nel film la relazione con Blake Fielder-Civil occupa un posto centrale.
Non sarebbe corretto ridurre la vicenda a una spiegazione psicologica del tipo: "Amy soffriva perché amava l'uomo sbagliato".
Una relazione amorosa non è mai soltanto il rapporto tra due individui.
È anche il luogo nel quale ciascuno cerca qualcosa di sé nell'altro.
Essere amati significa, in qualche modo, poter dire:
"Esisto per qualcuno."
Per un soggetto che sta attraversando una trasformazione radicale — fama, esposizione, successo, perdita di privacy — il rapporto amoroso può assumere una funzione ancora più intensa.
L'altro può diventare contemporaneamente:
rifugio, specchio, oggetto d'amore, fonte di riconoscimento e luogo della perdita.
E quando l'altro si allontana, ciò che viene perduto non è soltanto la relazione.
Può sembrare perduta anche una parte di sé.
"Back to Black": tornare al nero
Ed eccoci al cuore della storia.
Il titolo è straordinariamente evocativo.
Back to Black.
Tornare al nero.
Il nero può essere letto come lutto, perdita, depressione, solitudine, vuoto.
Ma sarebbe troppo semplice trasformarlo in una metafora univoca.
Il "nero" può essere anche il luogo dal quale la parola nasce.
L'esperienza della perdita entra nella canzone e diventa forma.
È qui che l'arte introduce una dimensione diversa dal semplice funzionamento del sintomo.
Il sintomo ripete qualcosa che il soggetto non riesce pienamente a simbolizzare.
L'opera, invece, può dare forma a ciò che altrimenti rimarrebbe informe.
Non significa che l'arte "guarisca".
E certamente non significa che un grande talento protegga dalla sofferenza.
Significa piuttosto che tra esperienza e atto può aprirsi uno spazio di trasformazione.
Amy lo riempiva di musica.
Freud: quando il dolore cerca una forma
Da una prospettiva freudiana possiamo avvicinarci alla vicenda attraverso il tema della perdita.
Il lutto implica il riconoscimento che qualcosa è venuto meno.
Ma la perdita dell'oggetto può avere conseguenze differenti sul soggetto.
La domanda interessante, allora, non è semplicemente:
"Perché Amy si è drogata?"
È piuttosto:
"Che cosa cercava di fare, nella sua economia psichica, ciò che chiamiamo dipendenza?"
Non abbiamo bisogno di trasformare questa domanda in una diagnosi retrospettiva.
Possiamo lasciarla aperta.
Una sostanza può anestetizzare.
Può regolare un'emozione.
Può accompagnare una relazione.
Può creare appartenenza.
Può diventare rituale.
Può persino diventare una parte dell'identità.
Ma può anche progressivamente occupare lo spazio che prima apparteneva ad altre possibilità.
E allora ciò che inizialmente sembrava una soluzione può diventare il problema.
Lacan: il desiderio dell'Altro
Una lettura lacaniana permette di spostare ulteriormente la domanda.
Amy è continuamente guardata.
Dal pubblico.
Dalla stampa.
Dai fotografi.
Dalla famiglia.
Dal partner.
Dai fan.
Ma soprattutto è continuamente chiamata a essere qualcosa per l'Altro.
Una cantante.
Una donna innamorata.
Una celebrità.
Una figlia.
Un'icona.
Una persona fragile.
Una "cattiva ragazza".
Una vittima.
Il problema è che nessuna di queste definizioni coincide completamente con il soggetto.
Il soggetto eccede sempre l'immagine che gli viene restituita.
Potremmo allora formulare una domanda:
Chi sono io quando non sono ciò che l'Altro vede in me?
Forse anche per questo la musica è stata così importante per Amy.
Cantando, poteva sottrarsi per un momento alla semplice posizione di oggetto dello sguardo.
Non era soltanto quella che veniva guardata.
Era colei che parlava.
L'artista e il sintomo
C'è una distinzione che vale la pena mantenere.
Non dobbiamo romanticizzare la sofferenza.
Il dolore non rende automaticamente artisti.
La dipendenza non produce necessariamente creatività.
E la morte precoce non consacra un talento.
Il rischio del mito dell'artista maledetto è terribile: trasformare la distruzione in una componente quasi necessaria del genio.
Amy Winehouse ci ricorda invece qualcosa di diverso.
L'artista non è grande perché soffre.
Può essere grande perché riesce a trasformare qualcosa della propria esperienza in una forma condivisibile.
La sua sofferenza non è il valore della sua opera.
La sua capacità di darle forma, invece, appartiene alla sua opera.
Questa distinzione è fondamentale.
La voce contro il destino
Back to Black è quindi anche un film sul rapporto tra destino e soggettività.
Guardando la storia conoscendone già la fine, rischiamo di leggere ogni scena come un segnale anticipatore della tragedia.
Questo è un meccanismo narrativo molto potente.
Sappiamo che Amy morirà.
Perciò ogni eccesso sembra preannunciare la morte.
Ogni litigio sembra anticipare la separazione.
Ogni bicchiere sembra contenere già la fine.
Ma la vita reale non funziona così.
Quando una persona vive un'esperienza, non conosce ancora la propria conclusione.
Il futuro, per chi lo vive, rimane aperto.
Il biopic invece deve inevitabilmente costruire una storia.
Ed è qui che dobbiamo distinguere Amy dalla rappresentazione cinematografica di Amy.
Il film non è la sua vita.
È una interpretazione della sua vita.
Una costruzione narrativa fatta attraverso immagini, musica, montaggio e memoria.
La vera domanda: che cosa può fare una persona del proprio dolore?
Forse è questa la domanda più interessante che Back to Black lascia allo spettatore.
Non:
"Perché Amy si è distrutta?"
E nemmeno:
"Chi è stato responsabile della sua tragedia?"
Domande entrambe legittime, ma che rischiano di chiudere troppo rapidamente il senso.
Una domanda più aperta potrebbe essere:
Che cosa può fare un essere umano con ciò che gli accade?
Può rimuoverlo.
Può ripeterlo.
Può agire.
Può trasformarlo.
Può raccontarlo.
Può cantarlo.
Può persino riuscire, per un momento, a fare del proprio dolore qualcosa che appartiene anche agli altri.
È forse questa la funzione più misteriosa dell'arte.
Prendere qualcosa di intimamente personale e renderlo universalmente riconoscibile.
Dal sintomo al simbolo
In questa prospettiva Amy Winehouse può diventare una figura interessante per la psicologia non perché la sua vita debba essere utilizzata per costruire una diagnosi, ma perché mostra una tensione fondamentale dell'esistenza psichica:
tra ciò che ci accade e ciò che riusciamo a farne.
Il sintomo è qualcosa che ritorna.
La parola può interrompere, almeno in parte, la ripetizione.
Il simbolo permette di rappresentare ciò che non è immediatamente rappresentabile.
La musica fa qualcosa di ancora più misterioso: dà una forma temporale all'affetto.
La tristezza diventa melodia.
La rabbia diventa ritmo.
La perdita diventa strofa.
L'amore diventa refrain.
Il vuoto diventa voce.
Forse è proprio qui che Back to Black incontra la psicoanalisi.
Non nella ricerca di una spiegazione definitiva di Amy Winehouse.
Ma nella domanda sul rapporto tra sintomo, desiderio, perdita e creazione.
E forse il nero non è soltanto la fine
"Back to Black" può essere ascoltato come un ritorno verso il buio.
Ma il nero può anche essere il fondo sul quale appare una scrittura.
È sul nero che si può incidere.
È nel silenzio che può comparire una voce.
Ed è forse questa la contraddizione più struggente della vicenda di Amy Winehouse:
la stessa persona che sembrava non riuscire a sottrarsi alla ripetizione della propria sofferenza riusciva, attraverso la musica, a trasformare quella sofferenza in qualcosa che non apparteneva più soltanto a lei.
La sua vita ci lascia dunque una domanda che riguarda ciascuno di noi:
Come possiamo abitare ciò che ci accade senza diventare soltanto ciò che ci è accaduto?
Forse è qui che comincia la possibilità della trasformazione.
Non eliminare il dolore.
Non idealizzarlo.
Non identificarvisi.
Dargli una forma.
E trovare, dentro quella forma, una voce.
Back to Black — il film
Back to Black è un film del 2024 diretto da Sam Taylor-Johnson, con Marisa Abela nel ruolo di Amy Winehouse. Il racconto parte dagli anni di Camden e attraversa la formazione musicale di Amy, il successo internazionale e la relazione con Blake Fielder-Civil, utilizzando le sue canzoni come elemento strutturale della narrazione. La produzione ha coinvolto anche Nick Cave e Warren Ellis per la colonna sonora originale.
Un film da guardare non per scoprire "che cosa aveva Amy", ma per domandarsi che cosa può diventare un'esperienza quando trova una voce.
Piccola discografia dell'artista:
Se volete conoscere Amy Winehouse attraverso i suoi brani più rappresentativi:
Rehab — probabilmente il suo brano più iconico, con il tema del rifiuto della riabilitazione e del conflitto con chi cerca di salvarla. È anche il video ufficiale. (YouTube)Amy Winehouse – Rehab | YouTube
Back to Black — uno dei suoi pezzi più intensi: separazione, perdita, abbandono e ritorno a una condizione autodistruttiva.Amy Winehouse – Back to Black | YouTube
You Know I'm No Good — molto interessante anche psicologicamente: colpa, ambivalenza, infedeltà e consapevolezza delle proprie contraddizioni.Amy Winehouse – You Know I'm No Good | YouTube
Tears Dry on Their Own — una canzone apparentemente più luminosa, ma costruita intorno alla separazione e alla difficoltà di lasciare andare l'altro. (YouTube)Amy Winehouse – Tears Dry on Their Own | YouTube
Love Is a Losing Game — forse una delle sue canzoni più dolorose e mature sul tema dell'amore perduto.Amy Winehouse – Love Is a Losing Game | YouTube
Valerie — più giocosa e soul, ma diventata uno dei suoi brani più amati, nella versione realizzata con Mark Ronson.Amy Winehouse – Valerie | YouTube
Me & Mr Jones — ironica, sensuale e insieme attraversata da gelosia e risentimento.Amy Winehouse – Me & Mr Jones | YouTube
Wake Up Alone — molto significativa per il tema della solitudine e dell'impossibilità di liberarsi mentalmente dalla presenza dell'altro.Amy Winehouse – Wake Up Alone | YouTube


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