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Alzheimer, simbolico e dissoluzione del linguaggio - una lettura psicologica a cura del dott. M. Silvestri


Perdita, desiderio e possibilità di mantenimento del legame


1. Introduzione


L’Alzheimer viene comunemente descritto come una malattia della memoria. Ma questa definizione, pur corretta dal punto di vista neurobiologico, è insufficiente dal punto di vista clinico e teorico. L’Alzheimer è anche – e forse soprattutto – una malattia del simbolico, ovvero del modo in cui il soggetto si mantiene nel linguaggio, nel discorso, nel legame con l’Altro.


Ciò che progressivamente si deteriora non è soltanto la capacità di ricordare fatti o nomi, ma la possibilità stessa di abitare le parole, di usarle come ponte tra esperienza interna e mondo esterno. In questo senso, l’Alzheimer tocca il cuore stesso di ciò che Freud e Lacan chiamano soggetto.



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2. Il simbolico come struttura dell’identità


Per Freud, il soggetto non coincide con l’Io cosciente: è piuttosto il risultato di una stratificazione di tracce mnestiche, affetti, rimozioni, legami. Lacan radicalizza questa intuizione affermando che l’inconscio è strutturato come un linguaggio. Il soggetto esiste nella misura in cui è preso in una rete simbolica fatta di significanti, nomi, racconti, ruoli.


Il simbolico non è dunque un ornamento della vita psichica, ma il suo sostegno fondamentale:


dà continuità all’identità nel tempo,


permette la narrazione di sé,


consente il riconoscimento da parte dell’Altro.



Quando il simbolico si indebolisce, non perdiamo solo parole: perdiamo posizioni soggettive.



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3. Alzheimer come degradazione del simbolico


Nell’Alzheimer il deterioramento cognitivo si manifesta precocemente nel linguaggio:


anomie,


circonlocuzioni,


perdita della funzione nominativa,


impoverimento sintattico,


riduzione del discorso spontaneo.



Dal punto di vista neurologico, questi fenomeni sono legati alla degenerazione dei circuiti temporo-parietali e frontali. Ma dal punto di vista psicoanalitico, essi indicano qualcosa di più radicale: una crisi del simbolico.


Il soggetto non riesce più a:


nominare l’oggetto → l’oggetto diventa angosciante,


articolare il tempo → il presente si satura di affetto,


mantenere la differenza tra passato, presente e futuro.



È qui che il film Still Alice diventa clinicamente esemplare: quando Alice confonde la fotografia della figlia con quella della madre e della sorella perdute, non assistiamo solo a un errore mnestico, ma a una riconfigurazione simbolica guidata dal desiderio. L’immagine attuale viene catturata dal significante della perdita originaria.



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4. Quando il simbolico cade, cosa resta?


Lacan ci offre una chiave decisiva: quando il simbolico si lacera, il reale insiste. Nell’Alzheimer, ciò che resta più a lungo non è il linguaggio articolato, ma:


l’affetto,


il tono emotivo,


il riconoscimento non verbale,


la risposta al volto, alla voce, alla presenza.



Questo spiega un paradosso clinico ben noto:


> il paziente “non sa più chi sei”, ma sa ancora cosa sente con te.




L’inconscio non scompare con la perdita della memoria episodica. Piuttosto, si manifesta in forme più elementari, meno simbolizzate, più vicine al corpo e all’affetto. È per questo che l’Alzheimer non cancella il desiderio, ma ne modifica radicalmente l’espressione.



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5. Diagnosi neuroscientifica e anticipazione del declino simbolico


Le neuroscienze contemporanee hanno compiuto un passo decisivo: oggi possiamo individuare l’Alzheimer prima che il simbolico collassi del tutto.


Biomarcatori (liquor, PET, p-tau217 nel sangue) permettono di riconoscere la malattia quando il linguaggio è ancora parzialmente integro. Questo dato ha una portata teorica enorme: significa che possiamo intervenire prima che il soggetto perda la possibilità di dire sé stesso.


La diagnosi precoce non è solo una questione terapeutica, ma etica e simbolica:


permette al soggetto di partecipare al proprio destino,


consente di lavorare sul legame,


rende possibile una forma di elaborazione anticipata della perdita.




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6. Mantenere il simbolico: il ruolo del linguaggio e degli esercizi cognitivi


Se l’Alzheimer è anche una malattia del simbolico, allora ogni intervento che mantiene attiva la funzione linguistica ha un valore che va oltre il mero allenamento cognitivo.


Esercizi di:


narrazione autobiografica,


rievocazione guidata,


denominazione contestualizzata,


dialogo strutturato,



non servono solo a “stimolare il cervello”, ma a tenere in vita il soggetto nel discorso.


Il punto decisivo non è la prestazione, ma la posizione soggettiva: parlare, raccontare, essere ascoltati.



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7. Intelligenza artificiale come supporto al mantenimento simbolico


Qui si apre una possibilità nuova e delicata. L’intelligenza artificiale non può sostituire il soggetto né l’Altro umano, ma può diventare un supporto simbolico se usata con criterio.


Potenzialità:


dialoghi guidati e ripetitivi senza giudizio,


supporto alla narrazione autobiografica,


esercizi linguistici personalizzati,


rievocazione di storie, immagini, parole familiari.



Rischio:


che l’IA venga scambiata per un Altro soggettivo,


che il dialogo diventi puramente imitativo,


che si perda la dimensione del desiderio.



Dal punto di vista lacaniano, l’IA è uno specchio simbolico senza soggetto: può riflettere, organizzare, sostenere, ma non desidera. Proprio per questo può essere utile solo se integrata in una rete di relazioni umane e non come loro sostituto.



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8. Alzheimer, desiderio e legame: una conclusione clinica


L’Alzheimer ci costringe a rivedere una convinzione diffusa: che l’identità coincida con la memoria. In realtà, ciò che resiste più a lungo è il legame affettivo inscritto nel linguaggio, anche quando il linguaggio stesso si impoverisce.


Freud ci ha insegnato che il soggetto nasce dalla mancanza. Lacan che il soggetto esiste nel simbolico. L’Alzheimer mostra cosa accade quando questa struttura si deteriora: il soggetto non scompare di colpo, ma si ritira, lasciando tracce, affetti, gesti.


La clinica del futuro – neuroscientifica e psicoanalitica insieme – dovrà allora porsi una domanda diversa:


> non solo come rallentare la malattia, ma come mantenere il soggetto nel discorso il più a lungo possibile.




In questo spazio fragile, tra parola che cade e parola che resta, si gioca forse la forma più alta di cura.

 
 
 

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