L'inettitudine: tra desiderio godimento e solitudine secondo Freud e Lacan. Dottor Maurizio Silvestri
- Maurizio Silvestri

- 7 giorni fa
- Tempo di lettura: 4 min
1. Introduzione: l’inetto come soggetto sulla soglia
Quando utilizziamo la parola inettitudine, pensiamo subito a una mancanza:
una difficoltà, una incapacità, qualcosa che “non funziona”.
Ma se la osserviamo con più attenzione, ci accorgiamo che essa tocca un punto molto più radicale:
non riguarda solo ciò che il soggetto sa fare,
ma il modo in cui riesce — o non riesce — a entrare nella propria vita.
L’inetto non è semplicemente colui che fallisce.
È spesso colui che resta sulla soglia dell’azione.
E questa soglia è già una forma di solitudine.
2. Etimologia e primo scarto: non essere “aptus”
Dal latino aptus: adatto, appropriato.
Ineptus: non adatto, fuori luogo.
Questo è già un punto fondamentale:
l’inettitudine non è una qualità interna,
ma una relazione fallita tra il soggetto e il mondo.
È il luogo in cui il soggetto non riesce a coincidere con ciò che è richiesto.
E qui compare già un primo livello di solitudine:
essere presenti
ma sentirsi fuori posto
3. Freud: inibizione, angoscia e rinuncia all’azione
Freud ci offre una chiave decisiva: l’inibizione.
Nel testo Inibizione, sintomo e angoscia (1926), scrive:
“L’inibizione è una limitazione funzionale dell’Io.”
Non è una mancanza reale di capacità.
È un blocco, una riduzione dell’azione.
Ma perché il soggetto si blocca?
Freud ci indica la direzione:
“L’angoscia è il segnale di un pericolo.”
E quindi:
non agisco per evitare il pericolo
non mi espongo per evitare la perdita
👉 L’inettitudine diventa una difesa.
Ma ogni difesa ha un prezzo:
meno azione
meno incontro
meno relazione
👉 più solitudine.
4. Il desiderio: tra trattenimento e impossibilità
Freud, in una formula essenziale, ci dice:
“Il desiderio è sempre desiderio di qualcosa che manca.”
L’inettitudine si situa proprio qui:
👉 il desiderio c’è, ma non si realizza.
Il soggetto:
desidera
immagina
anticipa
ma non agisce.
Si crea uno scarto:
interno: pieno di movimento
esterno: immobilità
👉 una solitudine che non è assenza di desiderio,
ma impossibilità di incarnarlo.
5. Lacan: il desiderio e l’Altro
Con Lacan, il quadro si chiarisce ulteriormente.
Nel Seminario XI, Lacan afferma:
“Il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro.”
Questo significa che:
il desiderio non è mai isolato
è sempre inscritto in una relazione
L’inettitudine può allora essere letta come:
👉 difficoltà a sostenere il proprio desiderio davanti all’Altro.
Il soggetto:
non si autorizza
non prende parola
non si espone
E resta in una posizione sospesa.
6. Godimento: il paradosso dell’inettitudine
Lacan introduce un elemento ancora più radicale: il godimento.
Nel Seminario XX afferma:
“Il godimento è ciò che va al di là del principio di piacere.”
E qui troviamo un paradosso:
👉 il non agire può diventare una forma di godimento.
godimento del rinvio
godimento della sospensione
godimento del “non ancora”
Il soggetto soffre, ma allo stesso tempo: 👉 resta attaccato a questa posizione.
E questo produce una solitudine particolare:
una solitudine abitata dal proprio stesso funzionamento.
7. Le strutture cliniche
7.1 L’ossessivo: pensare al posto di agire
Freud, nel caso dell’“Uomo dei topi”, mostra come il pensiero possa diventare sostitutivo dell’azione.
L’ossessivo:
pensa al posto di fare
controlla al posto di scegliere
Lacan dirà:
“L’ossessivo è colui che vuole rimandare il momento dell’atto.”
👉 L’inettitudine è qui un effetto del controllo.
Solitudine ossessiva
pieno di pensiero
vuoto di incontro
7.2 L’isterico: non essere mai abbastanza
Lacan definisce l’isterico così:
“Che cosa vuole l’Altro da me?”
Il soggetto isterico:
desidera
ma non si sente mai adeguato
👉 l’inettitudine è qui una difficoltà di posizione.
Solitudine isterica
essere con l’altro
ma non sentirsi riconosciuti
7.3 Il narcisismo: difendersi dal fallimento
Freud, in Introduzione al narcisismo (1914), scrive:
“Il narcisismo primario è uno stato in cui l’Io è investito di libido.”
Nel narcisismo patologico:
l’immagine di sé deve essere preservata
👉 l’inettitudine diventa strategia:
non agisco → non fallisco
Solitudine narcisistica
isolamento
difesa
distanza
meglio soli che feriti.
7.4 La perversione: agire senza Altro
Nella perversione troviamo una configurazione diversa.
Lacan dice:
“Il perverso si fa strumento del godimento dell’Altro.”
Qui non c’è blocco.
👉 ma manca il riconoscimento dell’Altro come soggetto.
Solitudine perversa
non è assenza di azione
ma assenza di relazione autentica
8. Zeno: l’inettitudine come forma di esistenza
In La coscienza di Zeno troviamo la figura più viva dell’inettitudine.
Zeno:
pensa
analizza
rimanda
La famosa “ultima sigaretta” è perfetta:
👉 il desiderio viene sempre differito.
Zeno e il desiderio
Zeno mantiene il desiderio vivo non realizzandolo.
👉 finché non agisce, tutto resta possibile.
Zeno e il godimento
Zeno gode nel:
raccontarsi
giustificarsi
non coincidere
Zeno e la solitudine
Zeno è solo perché:
non coincide mai con la propria vita.
È sempre:
osservatore
narratore
ma mai completamente presente
9. Conclusione: dall’inettitudine all’atto
Possiamo allora dire:
l’inettitudine è il luogo in cui il soggetto non riesce a sostenere il proprio desiderio nel campo dell’Altro.
E la solitudine che ne deriva è:
distanza dall’atto
distanza dal desiderio
distanza dal godimento incarnato
Chiusura finale (forte, da conferenza)
Come dice Lacan:
“L’atto è ciò che cambia il soggetto.”
L’inetto è colui che resta prima dell’atto.
E la solitudine che lo accompagna non è solo assenza di altri,
ma impossibilità di attraversare quel punto in cui il desiderio diventa reale.
Il lavoro analitico non è eliminare l’inettitudine,
ma permettere al soggetto di compiere un atto — anche minimo —
che lo faccia esistere nel mondo.

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