Dall’immagine alla parola: il passaggio da Jung a Lacan attraverso l’immaginazione attiva. Dott. Maurizio Silvestri
- Maurizio Silvestri

- 28 mar
- Tempo di lettura: 4 min
Ci sono momenti, nella storia del pensiero, in cui due autori sembrano parlare lingue diverse, eppure si muovono attorno allo stesso nucleo.Carl Gustav Jung e Jacques Lacan sono, a mio avviso, uno di questi casi.
Il primo ci conduce dentro il mondo delle immagini, delle figure interiori, dei simboli che emergono spontaneamente dalla psiche.Il secondo, invece, ci riporta con decisione al linguaggio, alla struttura, alla parola.
Eppure, se osserviamo con attenzione, non siamo di fronte a due strade opposte.Siamo di fronte a un passaggio.
Un passaggio che va dall’immagine alla parola.
Per comprenderlo, possiamo partire da un’opera straordinaria: il Libro Rosso di Jung.
In questo testo, Jung compie un gesto radicale.Non interpreta immediatamente ciò che emerge dall’inconscio.Non cerca di tradurre, di spiegare, di razionalizzare.
Fa qualcosa di più difficile: lascia che le immagini si presentino.
Come scrive Jung:
“L’immaginazione attiva consiste nel rendere coscienti le fantasie interiori e nel seguirle come se fossero reali.”(C.G. Jung, Opere, vol. 8, Dinamica dell’inconscio)
Attraverso questa pratica, Jung entra in relazione con figure interiori che sembrano avere una loro autonomia.Non sono semplici fantasie. Non sono costruzioni volontarie.
Sono immagini che parlano.
Nel Libro Rosso incontriamo personaggi, dialoghi, scene simboliche.Un vecchio saggio, figure ambigue, presenze che interrogano il soggetto.
E qui accade qualcosa di fondamentale: l’Io smette di essere il centro assoluto.Si decentra.
Jung lo dice in modo molto chiaro:
“Le figure dell’inconscio hanno una vita propria e una relativa autonomia.”(C.G. Jung, Opere, vol. 9/1, Gli archetipi e l’inconscio collettivo)
In termini che possiamo introdurre grazie a Lacan, potremmo dire che Jung sta lavorando nel registro dell’immaginario.
L’immaginario non è semplicemente il regno delle immagini.È il luogo in cui il soggetto si costruisce attraverso delle rappresentazioni.
È il luogo dello specchio.
Lacan, nel celebre testo sullo stadio dello specchio, scrive:
“Lo stadio dello specchio è una identificazione.”(J. Lacan, Scritti, 1949)
E poco dopo aggiunge:
“L’Io si costituisce come una forma, ma in quanto alienata.”(J. Lacan, Scritti)
Quando un bambino si guarda allo specchio, vede un’immagine unitaria, coerente, intera.Quell’immagine gli dà una forma, una consistenza.
Ma allo stesso tempo, quell’immagine è anche una costruzione.
Non coincide con l’esperienza interna del bambino, che è frammentata, dispersa.
Eppure il bambino si identifica con quell’immagine.
Ecco il punto: l’immagine unifica, ma allo stesso tempo aliena.
Se torniamo all’immaginazione attiva, possiamo riconoscere qualcosa di molto simile.
Le immagini che emergono hanno un potere straordinario.Organizzano l’esperienza, danno senso, offrono una forma.
Ma possono anche trattenere il soggetto al loro interno.
Possono diventare affascinanti, seducenti.
È qui che si apre una differenza importante tra Jung e Lacan.
Per Jung, l’immagine ha già in sé una funzione trasformativa.
Per Lacan, invece, l’immagine non è sufficiente.
Perché l’inconscio non è fatto di immagini.
È fatto di linguaggio.
Come afferma Lacan in modo netto:
“L’inconscio è strutturato come un linguaggio.”(J. Lacan, Seminario XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi)
E ancora:
“Il significante rappresenta il soggetto per un altro significante.”(J. Lacan, Scritti)
Allora la questione diventa: come si passa oltre l’immagine?
Come si attraversa senza restarne catturati?
La risposta è: attraverso la parola.
Non si tratta di abbandonare le immagini.Si tratta di farle parlare.
O meglio: di parlare a partire da esse.
Immaginiamo una situazione molto semplice.
Una persona, durante un lavoro immaginativo, vede un vecchio saggio su una montagna.
Se restiamo sul piano dell’immagine, possiamo attribuire a questa figura un valore simbolico generale.
Ma se introduciamo la parola, qualcosa cambia.
Possiamo chiedere: perché un vecchio?Perché una montagna?Che cosa ti fa venire in mente?
E magari emerge un ricordo, una figura reale, una storia personale.
In quel momento, l’immagine smette di essere solo un simbolo universale.
Diventa un nodo singolare.
Diventa parte della catena dei significanti del soggetto.
E qui avviene il passaggio decisivo.
Non siamo più nel campo dell’immagine.
Siamo entrati nel campo del linguaggio.
L’immaginazione attiva, allora, può essere riletta in modo nuovo.
Non come punto di arrivo, ma come soglia.
Come un luogo in cui l’inconscio prende forma, ma non ancora posizione.
Perché la posizione del soggetto emerge solo quando ciò che è stato visto viene detto.
È nel passaggio alla parola che si apre uno spazio di distanza.
E questa distanza è fondamentale.
Perché permette al soggetto di non coincidere completamente con le proprie immagini.
Permette di non essere interamente catturato da esse.
Possiamo dirlo così:
L’immagine mostra.La parola separa.
E questa separazione non è una perdita.
È la condizione stessa della soggettività.
Se restiamo solo nell’immagine, rischiamo di costruire un mondo interno coerente, ricco, ma chiuso.
Quando invece introduciamo il linguaggio, qualcosa si incrina.
Arrivano le ambiguità, i lapsus, le contraddizioni.
E proprio lì emerge il desiderio.
Possiamo allora tornare allo specchio.
L’immaginazione attiva è come uno specchio interno, ma in movimento.
Ci mostra immagini di noi.
Ma finché restiamo nello specchio, siamo ancora nel campo dell’identificazione.
È la parola che introduce una frattura.
È la parola che rompe l’immediatezza dell’immagine.
Ed è proprio in questa frattura che appare il soggetto.
Il soggetto non è l’immagine che vediamo.
È ciò che emerge nello scarto tra ciò che vediamo e ciò che diciamo.
In questo senso, il passaggio da Jung a Lacan non è una rottura.
È un approfondimento.
Jung ci permette di accedere a un materiale psichico ricchissimo.
Lacan ci ricorda che questo materiale, per diventare realmente trasformativo, deve passare attraverso il linguaggio.
Deve essere attraversato dalla parola.
Possiamo allora concludere con una formulazione.
L’immagine, da sola, consola.La parola, invece, inquieta.
E forse è proprio questo il punto.
L’inconscio non è ciò che vediamo.
È ciò che, attraverso ciò che vediamo, continua a voler essere detto.
Ed è in questa tensione tra immagine e parola che prende forma il soggetto.
Non come qualcosa di già dato.
Ma come qualcosa che accade.
Ogni volta che proviamo a dire ciò che, fino a un momento prima, era solo un’immagine.

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