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Conferenza – “I conflitti interiori e la relazione con l’inconscio” a partire dal romanzo "Un basco a poppa" di Sergio Martini. Dottor Maurizio Silvestri


L’incontro di oggi prende avvio da un romanzo, Un basco a poppa di Sergio Martini, ma il tema che ci convoca va ben oltre la vicenda narrata.

Parleremo infatti di conflitti interiori e della loro relazione con l’inconscio.

Il romanzo ci offre una figura molto intensa, quella di Didi, un uomo che cerca di ricostruire la propria vita, di capirla, di giudicarla, di darle una forma, dopo una serie di perdite, di traumi e di fratture interiori. E proprio in questo tentativo di ricostruzione emerge qualcosa di profondamente umano: il fatto che noi non siamo mai del tutto trasparenti a noi stessi.

Spesso pensiamo che il conflitto interiore sia un difetto, una debolezza, qualcosa che dovrebbe essere eliminato. Ma dal punto di vista psicologico e psicoanalitico le cose stanno diversamente. Il conflitto non è un incidente della vita psichica. Il conflitto è parte della vita psichica stessa.

Noi siamo esseri abitati da tendenze diverse, da desideri contrastanti, da paure, da memorie, da ideali, da sensi di colpa, da spinte alla fuga e da spinte alla ricerca. E non sempre queste componenti si accordano tra loro.

Il personaggio di Didi, in questo senso, è molto interessante perché non ci mostra semplicemente un uomo triste, solo o ferito. Ci mostra un uomo diviso.

Ed è forse questa la parola più importante da cui partire: divisione.

Didi appare infatti come un soggetto attraversato da una spaccatura interna. Nelle note dell’autore questa spaccatura viene formulata come contrasto fra un io umile, fragile, insicuro, consapevole dei propri difetti, e un io combattente, sfidante, orgoglioso, aggressivo, sempre pronto al confronto, quasi al duello. È una distinzione molto efficace, perché rende subito l’idea di un uomo che non riesce a stare in pace con se stesso.

Ma il punto psicologicamente più importante, a mio avviso, è questo: non bisogna pensare che l’io combattente sia semplicemente la parte forte, mentre l’io umile sarebbe la parte debole. Molto spesso la parte aggressiva, polemica, battagliera, non è altro che una difesa della fragilità. In altre parole: non è la forza che si oppone alla debolezza, ma è spesso la debolezza che, non riuscendo a tollerarsi, si traveste da forza.

Questa idea è centrale per capire il romanzo.

Didi non combatte soltanto contro il mondo. Combatte soprattutto contro ciò che di sé non riesce ad accettare. E infatti molte delle sue relazioni appaiono segnate non solo da ciò che l’altro è, ma da ciò che l’altro gli rimanda di se stesso.

Qui entriamo in un punto essenziale della psicoanalisi: spesso ciò che ci disturba di più nell’altro non è semplicemente una sua caratteristica oggettiva, ma qualcosa che tocca una nostra ferita, un nostro limite, una nostra mancanza. L’altro diventa allora uno specchio insopportabile. E questo nel romanzo appare molte volte.

Pensiamo, ad esempio, alla difficoltà di Didi nel tollerare la bellezza, l’agiatezza, la differenza, il successo, l’autorevolezza. Non si tratta solo di invidia nel senso banale del termine. Si tratta del fatto che l’altro viene vissuto come incarnazione di ciò che lui sente di non essere, o di non poter essere. E allora l’altro non è più solo un altro essere umano: diventa una provocazione, una ferita, a volte perfino un’offesa.

Da questo punto di vista, il conflitto interiore non resta chiuso dentro la persona, ma si trasferisce nei legami. Il conflitto interno diventa conflitto con l’altro.

Se però vogliamo capire davvero Didi, dobbiamo andare ancora più indietro e chiederci da dove nasce questa divisione. Il romanzo e le riflessioni dell’autore ci portano verso l’infanzia, verso le figure genitoriali, verso l’ambiente affettivo in cui questo soggetto si è formato.

Da una parte abbiamo una madre vissuta come passiva, orientata da una sorta di fatalismo, non davvero capace di offrire un punto di appoggio trasformativo. Dall’altra un padre irascibile, duro, preso dal lavoro, con una funzione affettiva incerta, spesso carente, segnato da esplosioni e rigidità. In mezzo, un bambino che cresce senza poter trovare facilmente una sintesi.

Potremmo dire che Didi interiorizza due movimenti: da una parte il ritiro, dall’altra l’esplosione. O subire, o aggredire. Ma non trova con facilità una terza via, cioè quella di poter pensare, simbolizzare, elaborare.

E questo è un punto molto importante anche per noi, nella vita di tutti i giorni. Quando una persona non ha potuto costruire dentro di sé un luogo sufficientemente stabile per pensare i propri affetti, il rischio è che oscillI continuamente tra passività e aggressività, tra vergogna e sfida, tra bisogno dell’altro e attacco all’altro.

Didi, in fondo, ci mostra proprio questo: un soggetto che fatica a trasformare l’esperienza in pensiero e allora la vive spesso nella forma della contrapposizione, dell’urto, della fuga o del tormento.

A un certo punto della sua vita, però, questa fragilità di fondo trova un contenitore, un’organizzazione, una forma di esistenza: il mare.

Il mare, la nave, il lavoro di marinaio, non sono semplicemente un mestiere o uno sfondo. Sono una vera struttura psichica.

Didi si riconosce in quella forma di vita. In mare egli sa chi è. Sa cosa fare. Sa a cosa serve. Sa dove mettere il corpo, lo sguardo, il gesto. La nave gli offre una funzione, una collocazione, una continuità. In un certo senso, gli offre un’identità.

E qui tocchiamo un altro grande tema del romanzo: il problema dell’identità.

Molto spesso pensiamo all’identità come a qualcosa che ciascuno possiede in sé. In realtà, dal punto di vista psichico, l’identità non è mai così semplice. Essa si costruisce attraverso identificazioni, ruoli, sguardi ricevuti, luoghi abitati, funzioni svolte, relazioni significative. Quando una di queste strutture cade, non perdiamo solo una cosa esterna: rischiamo di perdere il modo in cui riuscivamo a dirci chi siamo.

Per Didi è così. Se lui si riconosce soprattutto come marinaio, perdere il mare, perdere la nave, perdere quella forma di esistenza, significa perdere il supporto simbolico che lo teneva insieme.

Per questo il ritorno a terra non è un semplice cambiamento di vita. È una crisi profonda dell’essere.

La terraferma non lo rassicura. Lo disorienta. Il verde, la staticità, la vita ordinaria, l’assenza del cielo notturno come lo conosceva in mare, tutto gli parla della perdita di sé.

Ed è molto bello, e molto doloroso, il fatto che il piccolo spiazzo davanti alla sua casa diventi la balconata della sua nave, e il mare all’orizzonte resti come il grande oceano interiore su cui continua a proiettarsi. Questo ci dice che il soggetto, quando perde un mondo, tenta spesso di ricostruirlo simbolicamente. Ma questa ricostruzione non basta sempre a salvarlo.

A questo punto entra in gioco il cuore traumatico del romanzo: il naufragio e la morte di Pierre.

Qui siamo davanti a qualcosa di decisivo. Il trauma non è semplicemente un evento doloroso del passato. Il trauma è ciò che non è stato davvero elaborato, ciò che non è stato simbolizzato, ciò che non ha trovato una forma psichica sufficientemente trasformata. Per questo ritorna.

E ritorna non solo come ricordo, ma come tormento, come dubbio, come accusa, come nodo che non si scioglie.

Didi non sa fino in fondo che cosa sia avvenuto. Non sa se avrebbe potuto fare di più. Non sa se è stato un codardo, un incapace, un colpevole, o soltanto un uomo travolto da una situazione estrema. E là dove manca una verità pienamente accessibile, la psiche soffre enormemente.

Perché la mente umana, davanti al trauma, non sopporta facilmente il vuoto di senso. Cerca una spiegazione, una costruzione, una verità. E quando non riesce a trovare una verità certa, a volte costruisce una colpa.

Questo, a mio avviso, è uno dei punti più profondi di tutto il romanzo.

La colpa diventa quasi più sopportabile dell’incertezza. Meglio sentirsi colpevoli che restare per sempre sospesi nell’enigma.

Perché la colpa, per quanto dolorosa, almeno organizza. Dà una forma. Produce una sentenza. Trasforma il caos in giudizio.

L’incertezza invece non finisce mai. Tormenta. Riporta sempre al punto di partenza.

In questo senso, Didi sembra costruire progressivamente una forma di autocondanna. Non semplicemente perché sappia la verità, ma forse proprio perché non riesce a saperla fino in fondo. Là dove manca una certezza esterna, emerge un tribunale interno.

Ed ecco che arriviamo a un altro grande elemento del romanzo: la figura di Thor.

Thor Heyerdahl, nel libro, non è soltanto un vicino di casa ideale, un uomo famoso, un navigatore, un esploratore, un simbolo di grandezza. Thor è, soprattutto, una funzione psichica.

Didi ha bisogno di un testimone, di un giudice, di un interlocutore che possa dirgli chi è stato, che cosa vale, come deve essere letto il suo passato. In altre parole, ha bisogno di qualcuno che lo giudichi da fuori, perché da dentro non riesce più a fidarsi di sé.

Ma qui avviene qualcosa di straordinariamente interessante: questo giudice esterno è in realtà costruito dallo stesso Didi. Thor viene immaginato, evocato, interiorizzato, fatto parlare. Dunque la neutralità che dovrebbe salvarlo è già compromessa dall’origine.

Questo è un meccanismo molto umano. Quando non tolleriamo il nostro giudizio interno, immaginiamo qualcuno che possa giudicarci meglio. Ma quel qualcuno, molto spesso, è già abitato dalla nostra ferita, dalle nostre aspettative, dalla nostra scissione.

Per questo Thor è insieme ideale e doppio. È un grande uomo, certo. È il marinaio compiuto, il testimone autorevole, il sogno di una misura alta. Ma è anche uno schermo su cui Didi proietta il proprio desiderio, la propria inferiorità, la propria ammirazione, il proprio rancore, la propria invidia, la propria nostalgia di essere stato o di poter essere altro.

Potremmo dire che Didi, per essere imparziale, deve diventare due. Ma non basta diventare due per essere giusti. Perché anche il giudice che crea porta dentro il suo conflitto.

Qui si vede molto bene quanto l’inconscio non sia semplicemente qualcosa di nascosto. L’inconscio è attivo. Organizza la scena. Fa parlare i personaggi interiori. Sposta, trasforma, attribuisce, mette in bocca ad altri ciò che il soggetto non riesce a dirsi direttamente.

E questo accade anche con Lucia.

Lucia, in un certo senso, viene investita della funzione di dire ciò che Didi non può tollerare come proprio. Come spesso accade, ciò che è più difficile confessare a se stessi trova un passaggio attraverso l’altro amato, o l’altro perduto, o l’altro da cui si desidera una verità definitiva.

L’altro diventa la bocca della nostra coscienza.

Ma questo ci porta anche a un altro tema molto forte del romanzo: l’amore.

L’amore, per Didi, non appare come semplice salvezza. Appare piuttosto come un rischio. Perché il sentimento introduce qualcosa che lui non può controllare. La nave si governa. Il lavoro si apprende. Il mare si affronta. Ma l’amore espone alla dipendenza, alla perdita di sovranità, alla vulnerabilità.

Didi può tollerare il rischio dell’oceano più di quello dell’intimità.

Può governare una rotta, ma non riesce a governare il legame.

Questo aspetto è molto importante. A volte persone molto capaci sul piano dell’azione, del lavoro, del sacrificio, della resistenza alla fatica, diventano estremamente fragili sul piano dell’affetto. Perché l’affetto non risponde alle logiche del comando. Il sentimento non si lascia condurre come una nave. E proprio per questo può diventare angoscioso.

Nel romanzo, amore e paura si intrecciano continuamente. L’altro desiderato diventa presto anche l’altro che può ferire, abbandonare, sottomettere, tradire. E allora il bisogno d’amore si mischia alla paura della dipendenza. Questo rende il legame tormentato, ambivalente, instabile.

Un discorso analogo, in modo diverso, vale per la nave stessa, che viene umanizzata, amata, quasi investita di qualità materne e femminili. La nave appare come contenitore, grembo, protezione, presenza affidabile, ma anche amante, corpo vivo, luogo di fusione e di appartenenza. È un’immagine molto ricca, perché ci fa capire che Didi cerca nel mare e nella nave non solo un mestiere, ma una forma di accoglienza, un contenimento, un’appartenenza profonda che sulla terra sembra non trovare.

Se volessimo dirlo in termini psicologici, potremmo dire che il mare gli offre una scena in cui il conflitto si organizza meglio. La terra, invece, glielo restituisce in forma nuda.

E questo ci avvicina al punto finale.

Il dramma di Didi, a mio avviso, non consiste soltanto nell’aver sofferto, nell’aver perso, nell’essersi isolato o nell’essere stato segnato da un trauma. Il dramma più profondo consiste nel non riuscire più a integrare le parti di sé.

Non riesce a integrare la fragilità e la forza.

Non riesce a integrare il bisogno dell’altro e l’ostilità verso l’altro.

Non riesce a integrare il passato e il presente.

Non riesce a integrare il desiderio di innocenza e il sentimento di colpa.

Non riesce a integrare l’ideale eroico del marinaio con il limite umano dell’uomo ferito.

Non riesce a integrare la domanda di verità con l’impossibilità di sapere tutto.

E quando questa integrazione fallisce, il conflitto interiore tende a irrigidirsi. Una parte diventa giudice assoluto dell’altra. Il soggetto non si ascolta più: si processa.

Questo è il punto in cui il conflitto smette di essere generativo e diventa distruttivo.

Perché il conflitto interiore, di per sé, non è patologico. Tutti noi siamo attraversati da forze contrarie. Tutti noi abbiamo desideri incompatibili, paure antiche, ideali troppo alti, ferite narcisistiche, ricordi dolorosi, sensi di colpa più o meno consapevoli. Ma finché esiste un lavoro psichico capace di tenere insieme, di pensare, di dare parola, di simbolizzare, il conflitto può restare umano, persino fecondo.

Diventa devastante quando non c’è più spazio interno per ospitare le contraddizioni.

Quando si pretende una sentenza definitiva.

Quando una parte di sé condanna l’altra senza più appello.

Quando il dolore non trova forma e allora ritorna come autoaccusa, come vergogna, come bisogno di sparire.

E da questo punto di vista il romanzo di Sergio Martini è molto intenso, perché ci mostra non solo la sofferenza di un uomo, ma il modo in cui questa sofferenza prende forma, si organizza, si giustifica, si sposta, si racconta, cerca giudici, cerca testimoni, cerca un linguaggio.

In fondo Didi fa per tutto il romanzo una cosa molto umana: tenta di trovare una narrazione che renda sopportabile la propria esistenza. Tenta di ricomporre il mosaico. Tenta di mettere ordine nelle tessere. Tenta di guardarsi da fuori. Tenta di farsi valutare. Tenta di capire. Ma ogni volta si scontra con il fatto che non possiamo mai giudicarci completamente da un punto esterno. C’è sempre un resto. C’è sempre una zona opaca. C’è sempre qualcosa che il soggetto non domina del tutto.

Ed è qui che la psicoanalisi ci insegna una lezione importante.

Non siamo padroni in casa nostra, diceva Freud.

Questo non significa che siamo condannati all’oscurità, ma che la conoscenza di sé non coincide mai con una padronanza totale. Esiste in noi una dimensione inconscia che lavora, sposta, deforma, protegge, rivela, nasconde. E proprio per questo la verità del soggetto non è mai una fotografia limpida, ma un percorso, una costruzione, un attraversamento.

Forse allora il romanzo non ci chiede soltanto di domandarci che cosa sia davvero accaduto a Didi, o se egli sia colpevole o innocente. Forse ci chiede qualcosa di più profondo: ci chiede di guardare come un essere umano tenta di sopravvivere alla propria verità mancata, alla propria colpa supposta, al proprio bisogno di senso.

E ci interroga anche personalmente.

Perché tutti, in misura diversa, conosciamo qualcosa di questo conflitto.

Tutti abbiamo una parte che si sente inadeguata e una che reagisce con orgoglio.

Tutti abbiamo ricordi che non sappiamo collocare del tutto.

Tutti abbiamo costruito, almeno qualche volta, spiegazioni che ci servivano più a sopravvivere che a capire.

Tutti abbiamo incontrato il desiderio di essere visti da qualcuno come degni, meritevoli, salvabili.

Per questo Un basco a poppa non è solo la storia di un marinaio.

È anche la storia di una lotta interiore molto universale: quella tra il bisogno di salvarsi e la tendenza a condannarsi, tra il desiderio di ritrovarsi e la difficoltà di sopportare ciò che si trova.

Vorrei allora concludere con questo pensiero.

Il conflitto interiore non si supera eliminandolo. Non si guarisce diventando perfettamente coerenti, senza contraddizioni, senza ferite, senza ombre. Questo appartiene più all’ideale che alla vita. La vita psichica è fatta di tensioni, di stratificazioni, di spinte opposte.

Il punto non è non essere divisi. Il punto è riuscire a non trasformare questa divisione in una condanna assoluta.

Forse la possibilità più umana non è arrivare a una verità perfetta su di sé, ma costruire una relazione meno crudele con ciò che in noi resta incompiuto, ambiguo, doloroso, non del tutto risolto.

E in questo senso il romanzo di Sergio Martini ci lascia una domanda molto forte, forse la più forte di tutte:

come può un uomo continuare a vivere quando non riesce più né ad assolversi, né a comprendersi fino in fondo?

 
 
 

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