L'Ulisse di Nolan: il desiderio, il padre e la perdita dell'origine. Dottor Maurizio Silvestri
- Maurizio Silvestri

- 25 lug
- Tempo di lettura: 5 min
Una delle operazioni più interessanti compiute da Christopher Nolan in The Odyssey consiste nello spostare il baricentro dell'Odissea dal tema della conoscenza a quello del desiderio.
Prendiamo il celebre episodio delle Sirene.
Nel testo omerico il loro canto promette il sapere:
"Vieni, glorioso Ulisse. Nessuno è mai passato di qui senza ascoltare la nostra voce. Chi ci ascolta riparte più sapiente, perché noi conosciamo tutto ciò che accadde a Troia e tutto ciò che avviene sulla terra."
Le Sirene rappresentano dunque la tentazione di un sapere assoluto. L'eroe vuole conoscere tutto.
Nolan modifica radicalmente questa prospettiva.
Nel suo film Ulisse descrive il loro canto come qualcosa che non promette la conoscenza del mondo, ma la rivelazione della verità più intima del soggetto:
"Il canto delle Sirene era esattamente ciò che avresti voluto sentire... e poi diventava tutto ciò che avresti desiderato non aver mai desiderato... Ti dice che ciò che desideri di più è proprio ciò che non puoi avere. E ciò che non puoi avere di più è ciò che avevi già e hai perduto."
È qui che Nolan compie un passaggio straordinariamente moderno.
Il centro non è più il sapere.
Il centro diventa il desiderio.
E non un desiderio qualsiasi, ma quel desiderio che il soggetto non vorrebbe nemmeno riconoscere come proprio.
In questa prospettiva il film sembra dialogare direttamente con la psicoanalisi. Freud ci insegna che il desiderio inconscio non coincide con ciò che crediamo di volere; Lacan radicalizza questa intuizione mostrando come il desiderio si costituisca sempre attorno a una mancanza. Non desideriamo semplicemente ciò che non possediamo: desideriamo ciò che abbiamo perduto, oppure ciò che immaginiamo di aver perduto.
Le Sirene non offrono quindi un oggetto.
Offrono una ferita.
Mostrano a ciascun uomo il punto esatto attorno al quale il suo desiderio continua a ruotare.
Per Ulisse quella perdita non coincide semplicemente con Itaca.
Coincide con la perdita dell'uomo che era prima della guerra.
L'eroe comprende che non desidera soltanto ritornare.
Desidera recuperare un'origine che il tempo ha definitivamente cancellato.
Ed è proprio questa impossibilità a costituire il suo desiderio.
Da questa prospettiva tutto il viaggio assume un significato nuovo.
Ogni isola rappresenta una diversa modalità attraverso cui il soggetto tenta di evitare il confronto con la perdita.
I Lotofagi promettono l'oblio.
Circe offre la possibilità di smettere di essere uomini.
Calipso propone la sospensione del tempo.
Le Sirene, invece, nominano finalmente ciò che fino a quel momento era rimasto senza nome.
Il vero oggetto perduto.
L'intero viaggio diventa allora una lunga analisi.
Non un percorso geografico.
Un attraversamento del desiderio.
Ma Nolan introduce un secondo elemento altrettanto interessante: la questione della paternità.
L'Odissea racconta un figlio cresciuto senza padre.
Telemaco costruisce la propria identità intorno a un'assenza.
Non eredita un padre presente.
Eredita un racconto.
Un nome.
Un'attesa.
La figura paterna esiste prima come simbolo che come presenza.
È un'intuizione profondamente contemporanea.
Nella nostra epoca il padre tende sempre meno a coincidere con una presenza concreta e sempre più con una funzione fragile, spesso intermittente, talvolta addirittura evanescente.
Nolan sembra cogliere questa trasformazione.
Ulisse non torna semplicemente a occupare il posto del padre.
Deve prima conquistarselo.
Il riconoscimento reciproco tra padre e figlio non è garantito dal sangue.
È il risultato di una costruzione simbolica.
Ed è qui che il regista propone una rilettura sorprendente anche del mito di Edipo.
Tradizionalmente il conflitto edipico ruota attorno al padre come ostacolo.
Il padre interdice.
Limita.
Proibisce.
Nel film di Nolan, invece, il padre non è anzitutto colui che impedisce.
È colui che si sacrifica.
La sua assenza non nasce dall'abbandono.
Nasce dal tentativo di preservare il figlio.
È quasi un rovesciamento dell'Edipo.
Non il figlio che desidera eliminare il padre.
Ma il padre disposto a scomparire affinché il figlio possa vivere.
L'eroismo non consiste più nel vincere il figlio.
Consiste nel rinunciare a sé stesso.
Questo modifica profondamente anche la funzione paterna.
Il padre non occupa il centro della scena.
Ne garantisce piuttosto l'esistenza, accettando persino di esserne escluso.
In termini lacaniani potremmo dire che Nolan sposta l'attenzione dall'immagine del padre alla funzione simbolica del padre.
Ciò che conta non è la sua presenza continua.
Conta il posto che rende possibile al figlio abitare il proprio desiderio senza esserne divorato.
Per questo il ritorno di Ulisse non coincide con la riconquista del potere.
Coincide con la responsabilità.
Deve fare i conti con i morti.
Con le promesse non mantenute.
Con il dolore provocato dalle proprie scelte.
Con il figlio che è cresciuto senza di lui.
Con la moglie che ha dovuto custodire, da sola, il senso dell'attesa.
Ma il film compie un ultimo passaggio ancora più radicale.
Nell'epilogo Ulisse accetta nuovamente l'esilio.
Non come punizione.
Come forma estrema di responsabilità.
È come se comprendesse che il padre non coincide con colui che resta.
Talvolta coincide con colui che sa partire.
Che rinuncia a occupare tutto lo spazio del figlio.
Che accetta di non essere più il centro del mondo.
In questa prospettiva l'esilio diventa la forma più alta della funzione paterna.
Non l'abbandono.
Ma la rinuncia narcisistica a possedere il figlio.
Ed è forse proprio qui che Nolan offre la sua lettura più contemporanea.
Viviamo in un'epoca nella quale la figura del padre appare sempre più incerta, contestata, sfumata. Non basta più l'autorità, e nemmeno la sola presenza biologica. La funzione paterna si gioca nella capacità di assumere la responsabilità delle proprie scelte, di trasmettere un orientamento senza occupare il desiderio dell'altro.
Infine c'è un'ultima intuizione, quasi nascosta, che rende il film ancora più affascinante.
L'Odissea appartiene a un mondo di confine.
Viene composta quando la civiltà micenea è già crollata e la scrittura è andata in gran parte perduta. Prima di essere fissata per iscritto, vive per secoli nella memoria dei cantori.
Non è un testo scritto.
È un testo cantato.
Questa circostanza storica assume anche un valore simbolico.
Il canto precede la scrittura.
La voce precede il concetto.
La memoria precede l'archivio.
Ed è significativo che proprio il punto più profondo del film sia affidato al canto delle Sirene.
Come se Nolan suggerisse che le verità fondamentali dell'essere umano non nascano dalla scrittura razionale, ma dalla voce, dal ritmo, dal desiderio, da ciò che continua a risuonare nell'inconscio ben oltre ciò che possiamo mettere in parole.
Forse è proprio questa la differenza decisiva tra Omero e Nolan.
Omero racconta il viaggio di un uomo verso casa.
Nolan racconta il viaggio di un uomo verso la scoperta di ciò che ha irrimediabilmente perduto.
E mostra come sia proprio quella perdita, e non il suo superamento, a fondare il desiderio, la paternità e, in ultima analisi, l'identità stessa del soggetto.

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