Il diritto di contare (film). Una lettura psicoanalitica. Dottor Maurizio Silvestri
- Maurizio Silvestri

- 31 lug
- Tempo di lettura: 2 min
Il diritto di contare (Hidden Figures) è un film che, oltre al suo valore storico, si presta a una lettura psicoanalitica particolarmente ricca. Al centro non c'è solo la discriminazione razziale o di genere, ma il rapporto tra il soggetto e il desiderio, tra il riconoscimento e la Legge simbolica.
Una prima chiave di lettura riguarda il riconoscimento del soggetto. Le tre protagoniste esistono, producono sapere, rendono possibile il successo della NASA, ma il loro contributo rimane invisibile. In termini lacaniani, il soggetto è escluso dal campo dell'Altro: parla, ma la sua parola non trova ascolto. La segregazione razziale non è solo una barriera materiale; è un dispositivo simbolico che stabilisce chi può essere visto e chi deve rimanere anonimo.
Un secondo tema è quello del desiderio. Katherine Johnson continua a risolvere problemi matematici non per semplice ambizione, ma perché il suo desiderio di conoscere precede il riconoscimento sociale. In questo senso incarna una posizione soggettiva rara: non rinuncia al proprio desiderio anche quando l'Altro istituzionale cerca continuamente di limitarlo.
Il film mostra poi il conflitto tra identità e funzione. Le protagoniste vengono inizialmente ridotte a un'etichetta – donne, nere, subordinate – mentre il loro valore simbolico è infinitamente più ricco. La psicoanalisi insegna che il soggetto non coincide mai con le identificazioni che gli vengono attribuite. Il film mette in scena proprio questo scarto: la soggettività eccede sempre le categorie sociali.
Un'altra riflessione riguarda la Legge. Le regole segregazioniste appaiono come una Legge assoluta, ma il film dimostra che si tratta di una costruzione storica. La scena in cui vengono aboliti i bagni separati è significativa: il simbolico può essere trasformato. Le leggi non sono eterne; possono essere riscritte quando un soggetto ne mostra l'inconsistenza.
Dal punto di vista freudiano emerge anche il tema della sublimazione. La matematica diventa la via attraverso cui pulsioni, intelligenza e creatività vengono trasformate in produzione culturale e scientifica. Il calcolo non è rappresentato come qualcosa di freddo, ma come un linguaggio capace di dare forma al desiderio e di creare un ponte tra il mondo interno e la realtà.
Infine, il film suggerisce una riflessione sul sapere e sul potere. Chi possiede il sapere non coincide necessariamente con chi occupa il potere. Le protagoniste conoscono le soluzioni, ma non hanno inizialmente il diritto di parlare. È una dinamica che Lacan descriverebbe come una separazione tra il luogo del sapere e il luogo dell'autorità. Solo quando il sapere viene riconosciuto dall'Altro istituzionale può trasformarsi in potere simbolico.
In questa prospettiva, Il diritto di contare non racconta soltanto la conquista dei diritti civili. Racconta il passaggio dall'essere oggetto dello sguardo dell'Altro all'essere soggetto della propria parola. La vera conquista non è entrare alla NASA, ma ottenere che il proprio desiderio e il proprio sapere trovino finalmente un luogo nel discorso sociale. È questa la dimensione più profondamente psicoanalitica del film: il soggetto emerge quando cessa di identificarsi con il posto che gli è stato assegnato e assume la responsabilità del proprio desiderio.

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