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Il Barocco e l'inconscio: quando la musica pensava Freud prima di Freud. Dott. Maurizio Silvestri.


Molto prima che Sigmund Freud desse un nome all'inconscio, alcuni musicisti sembravano già conoscerne i sentieri.

Ascoltando certe sonate barocche si ha infatti la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa che parla una lingua diversa da quella della ragione ordinaria. Non raccontano storie precise, non descrivono personaggi, non espongono concetti. Eppure ci toccano. Ci emozionano. Talvolta ci inquietano.

Come è possibile?

Forse perché il Barocco è stato uno dei grandi linguaggi occidentali della mancanza, del desiderio e della trasformazione degli affetti. In altre parole: uno dei linguaggi privilegiati dell'inconscio.

La musica come discorso dell'assenza

Freud scoprì che l'essere umano non è governato soltanto dalla coscienza. Dietro i nostri pensieri agisce un sapere nascosto che si manifesta attraverso sogni, sintomi, lapsus e ripetizioni.

Anche la musica barocca sembra muoversi in questo territorio.

Nelle sonate di Corelli, Vivaldi, Scarlatti, Mascitti, Visconti e Bellinzani non troviamo una rappresentazione diretta delle emozioni. Troviamo piuttosto il loro movimento.

La musica non dice.

Allude.

Non mostra.

Evoca.

Non conclude.

Mantiene aperta una domanda.

Questa struttura è sorprendentemente vicina al funzionamento dell'inconscio.

Corelli e la legge del desiderio

Nella Sonata in mi minore Op. 5 n. 8 di Arcangelo Corelli il desiderio appare già disciplinato dalla forma.

Ogni passione è contenuta entro una struttura rigorosa.

È la stessa esperienza che Freud descrive quando mostra come la civiltà nasca dalla rinuncia pulsionale.

Il desiderio non viene annullato.

Viene organizzato.

La bellezza di Corelli nasce proprio da questa tensione tra impulso e ordine.

Vivaldi e l'energia della pulsione

La Sonata in re minore Op. 2 n. 3 di Antonio Vivaldi introduce invece una dimensione più dinamica.

Qui il desiderio sembra prendere velocità.

Le linee melodiche inseguono continuamente qualcosa che sfugge.

L'ascoltatore percepisce una forza che vuole andare oltre se stessa.

In termini psicoanalitici potremmo parlare della pulsione che cerca incessantemente il proprio oggetto senza mai raggiungere una soddisfazione definitiva.

Scarlatti e il mistero dell'interiorità

Con Domenico Scarlatti entriamo in una regione ancora più segreta.

La Sonata K. 81 in mi minore sembra un sogno ad occhi aperti.

Le frasi emergono dal silenzio per poi ritornarvi.

Le armonie aprono interrogativi che non ricevono risposta.

Qui la musica sembra anticipare una delle grandi intuizioni di Lacan: il desiderio si organizza attorno a una mancanza fondamentale.

Non è ciò che possediamo a definirci.

È ciò che continuiamo a cercare.

Mascitti e la sublimazione

La Sonata Op. 3 n. 4 di Michele Mascitti rappresenta un'altra possibilità.

L'emozione non viene né repressa né esplosa.

Viene trasformata.

Freud avrebbe chiamato questo processo sublimazione.

La sofferenza diventa arte.

L'inquietudine diventa eleganza.

La nostalgia diventa stile.

È una lezione preziosa anche oggi.

Non sempre dobbiamo liberarci delle nostre tensioni.

Talvolta possiamo convertirle in creatività.

Visconti e il viaggio interiore

La Sonata Op. 2 n. 5 di Gasparo Visconti sembra descrivere il ritmo stesso della ricerca psichica.

Ogni movimento introduce una domanda.

Ogni risposta genera una nuova ricerca.

La musica procede come una seduta analitica.

Non cerca una verità definitiva.

Cerca una verità vivente.

Qualcosa che si rivela soltanto attraverso il percorso.

Bellinzani e la ripetizione

Con Paolo Benedetto Bellinzani arriviamo a un tema fondamentale della psicoanalisi: la ripetizione.

Le variazioni sulla Follia presenti nella Sonata Op. 3 n. 12 mostrano un soggetto che ritorna continuamente sullo stesso tema.

Ogni volta in modo diverso.

Ogni volta con una nuova sfumatura.

Freud avrebbe riconosciuto qui la coazione a ripetere.

L'essere umano ritorna sulle proprie ferite non perché ami soffrire, ma perché cerca inconsciamente di trovare una soluzione nuova a una domanda antica.

Il Barocco come mappa dell'inconscio

Ciò che rende il Barocco straordinariamente moderno è che non descrive stati psicologici statici.

Descrive trasformazioni.

Non rappresenta emozioni.

Rappresenta il loro movimento.

L'inconscio non è un archivio.

È una dinamica.

Non è una collezione di contenuti nascosti.

È un processo continuo di elaborazione.

Per questo motivo la musica barocca può ancora parlarci oggi con una forza sorprendente.

Essa ci ricorda che la vita psichica non è fatta di risposte definitive ma di variazioni, ritorni, deviazioni, aperture e riprese.

Come una fuga.

Come una sonata.

Come un'analisi.

Ascoltare come pratica dell'inconscio

Forse il vero insegnamento del Barocco è che l'essere umano non vive soltanto di significati.

Vive anche di risonanze.

Esistono verità che non possono essere spiegate ma soltanto ascoltate.

Ogni grande opera musicale apre uno spazio in cui qualcosa di noi può finalmente prendere forma senza bisogno di essere tradotto in parole.

Freud parlava dell'attenzione fluttuante dell'analista.

Potremmo definire l'ascolto della musica barocca come una forma di attenzione fluttuante verso noi stessi.

Le sonate diventano allora non semplici composizioni musicali, ma strumenti di esplorazione interiore.

Percorsi sonori che ci accompagnano là dove il linguaggio ordinario non riesce ad arrivare.

E forse è proprio questo il punto in cui arte e psicoanalisi si incontrano: entrambe cercano di dare voce a ciò che, pur non essendo immediatamente dicibile, continua ostinatamente a parlare dentro di noi.

 
 
 

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